Adieu Rudi

Rudi-Garcia-Roma

“Sono pazzi questi romani?”. La domanda retorica che Obelix si poneva in ognuna delle avventure magistralmente portate su tavola dal genio del duo Goscinny -Uderzo è diventato il refrain dominante della giornata di oggi in Francia. Il motivo? L’esonero di Rudi Garcia. Eh già, perchè dopo essere stato in bilico per mesi, alla fine il tecnico di Nemours è stato detronizzato. A prenderne il posto sarà Luciano Spalletti, che al suo secondo governo capitolino spera di “finire quello che aveva iniziato” (queste sarebbero state le prime parole del toscano ai più intimi) e cioè portare quello scudetto soltanto sfiorato. Ma torniamo a Garcia. Il suo allontanamento è stato davvero un atto tanto folle?

Per comprendere le dinamiche che hanno portato alla drastica decisione, bisogna tornare indietro fino agli ultimi giorni di maggio 2015. Reduce da un derby vinto alla penultima giornata con la Lazio, che aveva garantito il matematico secondo posto e il conseguente ingresso diretto alla Champions League nella stagione successiva (con relativi introiti multimilionari), il francese si presentò in conferenza stampa alla vigilia della gara con il Palermo con diversi sassolini nelle scarpe che non mancò di eliminare di fronte ai giornalisti. Rimarcò il gap con la Juventus di Allegri (“irragiungibile”), evidenziò la necessità di vendere giocatori prima di poterne acquistare altri, come volendo mettere in discussione le reali potenzialità economiche del club e chiamò in causa anche il presidente americano James Pallotta, che aveva parlato di una Roma al vertice nel giro di cinque anni (“E’ una domanda da fare direttamente a lui”). Nonostante le conferme di rito (“Garcia resta al 100%“), il numero 1 americano aveva cominciato a nutrire diversi dubbi sull’operato del tecnico transalpino e anche della dirigenza italiana, formata dal duo Sabatini-Baldissoni. Prima sostituendo il fedelissimo preparatore atletico del francese, Rongoni, con Darcy Norman, quindi inserendo un un suo uomo di fiducia come Alex Zecca, come soprintendente del reparto sportivo. In molti, di fronte a questa chiara presa di posizione, avevano pensato ad un prevedibile allontanamento del tecnico in estate, decisione presa seriamente in considerazione, messa poi da parte anche a fronte dell’oneroso contratto da 2,5 milioni di euro netti da garantirgli fino a giugno 2018. Nella stagione in corso, tante sono state le cadute, molte delle quali a dir poco imbarazzanti (vedi le sconfitte di Borisov e Barcellona, l’eliminazione dalla Coppa Italia, in casa, per mano dello Spezia e i fatali pareggi con Chievo e Milan). Eppure l’avventura giallorossa di Garcia era nata sotto un’ottima stella.

Arrivato a ricostruire una squadra dalle macerie del 26 maggio (la sconfitta in finale di Coppa Italia con la Lazio), l’ex Lille aveva conquistato tutti con quel suo sguardo deciso e con una comunicazione efficace. “Chi non sostiene la squadra è della Lazio”, arrivò a dire in una delle prime conferenze stampa nel ritiro estivo. Una frase che sembrò aprire uno squarcio profondo con una tifoseria ancora scottata dal triste epilogo della stagione precedente e che però, nel giro di qualche mese, si ritrovò adorante ai piedi del tecnico che aveva oltrepassato le alpi. Eh si, perchè la prima Roma targata Garcia era una vera e propria macchina da guerra. Segnava tanto e subiva poco, forte degli innesti di calciatori di grande personalità come Benatia, De Sanctis, Maicon e Strootman e di rivelazioni come Gervinho . Una squadra capace di infilare dieci vittorie consecutive nei primi dieci turni di campionato e che si dovette arrendere solo all’ultima Juventus di Conte, quella del record di 102 punti. Una Roma che chiuse la stagione a 85 punti (spesso sufficienti per lo scudetto), primato della storia giallorossa e che aveva “riportato la Chiesa al centro del villaggio” come disse il francese al termine del primo derby vinto con la Lazio nel post 26 maggio. I grandi risultati del primo anno facevano pensare ad un ciclo tecnico finalmente avviato dopo le scottanti esperienze targate Luis Enrique e Zeman (con parentesi Andreazzoli). E in effetti anche la seconda stagione partì col piede giusto: tante le vittorie nel girone d’andata, minato solo dalla sconfitta in casa della Juventus, tuttavia imputabile ai tre gol irregolari concessi dall’arbitro Rocchi (due rigori inesistenti e una rete viziata da fuorigioco). In quell’occasione, Garcia commise il primo grande errore dialettico ostentando con sicurezza che la sua squadra “avrebbe vinto lo scudetto”, quasi a voler ricalcare un suo predecessore sulla panchina giallorossa, Fabio Capello, che nell’anno del terzo scudetto romanista dichiarò la stessa cosa dopo il pareggio casalingo con il Perugia. Una frase anche condivisibile al momento, che però perse totalmente di significato qualche mese dopo quando il francese se la rimangiò (“Non avessi detto quelle parole, saremmo finiti in zona Europa League”). Il botto, clamoroso, con il Bayern Monaco in Champions League ( 1-7 ) segnò forse il punto di non ritorno per la squadra anche per colpa del francese, che non fu capace di generare quella reazione che invece aveva prodotto Spalletti dopo un altro fragoroso 7-1, quello con il Manchester United. La stagione si concluse con lo sgradevole sapore dell’amaro in bocca, un secondo posto buono per i bilanci ma meno per quanto prodotto sul campo. Un notevole passo indietro tecnico e tattico rispetto alla stagione precedente per una squadra probabilmente “disegnata” male dal suo direttore sportivo, Walter Sabatini. Prima la cessione di Benatia, quindi l’infortunio di Castan, hanno privato la Roma dell’anello più importante della catena. Un duo che garantiva un’aggressività tattica che permetteva di andare a prendere l’avversario quasi a centrocampo, invece di rinculare passivamente fino nella propria area. E così il reparto arretrato si “arrichì” di facce nuove come Manolas (l’unico grande colpo della stagione), Astori, Yanga-Mbiwa, Holebas ed Ashley Cole (che verrà ricordato più per i suoi party che per le presenze). A centrocampo assieme all’esperto Keita, arrivarono le promesse Uçan e Paredes. In attacco venne fatto il grande investimento: dopo un braccio di ferro con la Juventus, la Roma si aggiudicò per circa 25 milioni Manuel Iturbe, che la Storia ci racconterà come uno dei peggiori flop giallorossi. A gennaio invece, quando la squadra era ad una sola lunghezza dalla Juve capolista e quindi pienamente in corsa per lo scudetto, vennero presi Ibarbo, Spolli e Seydou Doumbia. Tre acqusti che non produranno alcuno scatto nella seconda parte della stagione, in cui la Roma annasperà, chiudendo con fatica mostruosa al secondo posto.

L’ultimo atto del “dramma Garcia” sembra seguire la falsariga della stagione precedente. L’acquisto del bomber bosniaco Dzeko fa sognare i più, così come l’innesto di una delle più belle sorprese della stagione precedente, Mohamed Salah. Tuttavia non vengono risolti gli equivoci in difesa: a Manolas viene affiancato il giovane Rüdiger, sulla fascia destra non viene preso un erede di Maicon (ormai l’appannata immagine del giocatore “divora avversari” visto nel primo anno in giallorosso) mentre a sinistra l’unico di ruolo è Lucas Digne arrivato alla seconda giornata. Anche quest’anno la squadra evidenzia gli stessi (grandi) limiti della stagione precedente. Una montagna russa tecnica ed emotiva in cui a grandi partite seguono mostruosi fallimenti. E così si arriva alla sosta di fine 2015 con un Garcia sul ciglio del baratro e che nel frattempo ha incassato altre brutte figuracce (il 6-1 in casa del Barcellona, le assurde prestazioni di Borisov e Leverkusen e l’eliminazione dalla Coppa Italia al primo turno). In molti pensano che la guida della Roma di inizio 2016 avrà un volto diverso da quello del francese ma come in un malvagio caso di accanimento terapeutico, Rudi viene confermato per altre due partite, brutte al limite dell’osceno, con il Chievo e il peggior Milan degli ultimi anni. La scelta di non scegliere da parte della dirigenza giallorossa, non ha fatto altro che inasprire ancor di più il rapporto tra la tifoseria e la “struttura” Roma, allenatore compreso. Ora però, la valigia di Garcia è chiusa e in quel folle tornado che è l'(a)umore romanista cominciano già a farsi vivi i primi nostalgici del francese. Un allenatore che ha si riportato la Roma a recitare un ruolo da protagonista, ma che lo ha fatto con una rosa di gran lunga superiore alla maggior parte delle avversarie, mostrando evidenti limiti tattici ed ottenendo risultati proprio per la maggior qualità delle pedine a sua disposizione, più che per la proposta di un gioco armonico e convincente. E così se ne va, con una valigia piena più di grandi rimpianti che di grandi soddisfazioni.

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