Di Canio e il fascismo da condannare solo quando fa comodo

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Poiché non possiamo farci mancare la polemichetta, oggi infuria quella su Paolo Di Canio e il tatuaggio mostrato mentre è in onda a Sky,

piattaforma di cui è commentatore per i programmi sportivi. E fin qui ok: Di Canio è stato un giocatore di talento ma non sempr costante, tra infortuni e un carattere non sempre irreprensibile; la sua esperienza e il suo saper stare dietro un microfono per dare un giudizio tecnico ne fanno uno dei miglior talent (così li chiamano a Sky gli ex calciatori prestati alla telecamera) in circolazione. La polemica nasce per un tatuaggio – le sue braccia ne sono piene – con la scritta DUX, infallibile richiamo a quel personaggio grazie al quale, tanti anni fa, in Italia i treni spaccavano il secondo.

Scoprire che Di Canio ha simpatie destrose è come svegliarsi una mattina ed accorgersi che le nuvole sono bianche, o il cielo azzurro. Molto peggio è scoprire che tale simpatia ci è in realtà antipatica, ma solo quando ci fa comodo. Quando nel 2013 DI Canio andò ad allenare il Sunderland, in Inghilterra – dove ha giocato e vinto anche un premio Fair Play – non tutti la presero bene. A Newcastle, il 1° gennaio del 1985, i Black Cats persero 1-3 e due suoi giocatori neri, Howard Gayle e Gary Bennet, furono espulsi e provocati da continui cori razzisti dei tifosi dei padroni di casa. Il Sunderland perse ma i propri sostenitori si segnarono l’episodio a fuoco della mente: mai più razzismo.

In Italia furono diversi i media e i commentarori che si schierarono dalla parte di Di Canio, perchè in fondo era più fascista l’idea che ad una persona non venisse permesso di fare l’allenatore per le sue idee politiche, seppur in una zona d’Inghilterra operaia e più orientata a sinistra. Ci si basò, all’epoca dei fatti, sulla distinzione che lo stesso Di Canio aveva provveduto a fare tra gesto politico e di appartenenza alla curva, quella della Lazio, dove aveva chiuso la carriera e rivolto al settore della Nord affettuosi saluti romani. Un’appartenenza che non è però solo calcistica, per così dire. Non bisogna dimenticare che Di Canio andò al funerale di Paolo Signorelli, ideologo della destra radicale e condannato per associazione sovversiva e banda armata (ma si fece anche da non colpevole 10 anni di carcere per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto ’80).

Oggi Di Canio compare in tv con una maglietta che mette in mostra il tatuaggio e si richiama subito la Legge Scelba, quella che condanna l’apologia del fascismo. Si chiedono licenziamenti, avvisi di garanzia, processi, forche. Ci dimentichiamo così una cosa: che l’antifascismo in Italia è e deve essere una cosa seria. La lotta alla propagazione di determinate idee non deve interrompersi solo quando si crea un caso in un altro Paese che, magari, si permette di fare processi al posto nostro: già, la polemica è nostra e la gestiamo noi. E pazienza se in Inghilterra sanno cos’è fascista e cosa no.

di Alessandro Oliva
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