Ha vinto la Brexit. Londra si sveglia fuori dall’Europa

ELISABETTA

La lunga notte elettorale sancisce la vittoria della Brexit. Il Paese è spaccato a metà. Cameron rischia la poltrona. E la Scozia è pronta ad andare per la sua strada

La Gran Bretagna si è svegliata come era andata a letto. Spaccata in due. Solo che adesso ne ha la certezza. Fuori dall’Unione Europea, hanno deciso gli elettori chiamati a esprimersi in un difficile referendum, che ha messo ai voti due visioni diverse della società, prima ancora che il legame istituzionale con Bruxelles. La vittoria è arrivata per qualcosa come un milione di voti, 52% a 48%, in attesa del dato definitivo.

Il risultato non era scontato. Quella spaccatura era nell’aria da settimane, al culmine di una campagna referendaria che aveva assunto toni drammatici sull’identità nazionale e la paura dell’immigrazione. Dalla chiusura delle urne, alle 23, è stato un continuo testa a testa anche a livello di numeri reali, fra il fronte del Remain e quello del Leave. Prima avanti l’uno, poi l’altro, sempre sul filo del 50% dei consensi. A mezzanotte, mentre molti londinesi avevano già lasciato i pub o erano ancora in coda per entrare nei club, gli opinion polls davano gli europeisti in vantaggio, 52 a 48. Sette ore più tardi, il risultato finale si è rivelato l’opposto.

Nessun commentatore, durante la lunga maratona notturna, si è arrischiato a esprimere un pronostico in diretta. Chi cercava un indizio popolare ha trovato solo piazze vuote. Anche a Londra. Tutto in sospeso, finché a un certo punto il Leave ha iniziato a essere irraggiungibile. Alle 4 Nigel Farage, il leader dell’Ukip, si è presentato davanti a sostenitori e telecamere per anticipare la vittoria delle «persone reali e perbene». I numeri gli hanno dato ragione un’ora e mezza più tardi, quando il fronte della Brexit ha raggiunto la maggioranza definitiva.

Il regno di Elisabetta II è diviso quasi a metà su come gestire l’immigrazione, la sicurezza, l’identità religiosa e i rapporti internazionali

Si chiama democrazia. Più del 70% degli aventi diritto ha votato. Ma a che prezzo, stavolta. Il referendum britannico ha segnalato che c’è voglia di partecipare, quando in ballo ci sono decisioni vere da prendere. La campagna è stata capillare, molto volantinaggio, porta a porta, pagine e pagine di giornali acquistate da vip e gruppi finanziari per convincere gli indecisi, titoli allarmistici o opportunistici sui rischi o i vantaggi delle due opzioni. L’omicidio della deputata laburista Jo Cox aveva fermato tutto, sembrava addirittura aver rafforzato le ragioni degli europeisti. Ma non è stato così. E alla fine, in questo referendum, potrebbe non avere vinto nessuno se non ci sarà una leadership in grado di ricomporre tutte le fratture provocate dal divorzio con l’Unione Europea.

Londra (come Manchester) ha votato prevalentemente per il Remain, ma molte periferie hanno votato all’inverso. L’Inghilterra nel suo complesso ha votato per uscire, la Scozia invece per rimanere, pronta ora a un referendum sull’indipendenza da Londra . L’Irlanda del Nord si è spaccata. Il Galles, contrariamente alle previsioni, ha visto prevalere le forze euroscettiche. E Gibilterra ha votato in massa per rimanere europea. Nel complesso il regno di Elisabetta II è diviso quasi a metà su come gestire l’immigrazione, la sicurezza, l’identità religiosa e i rapporti internazionali. Il premier David Cameron ha voluto celebrare il referendum per confermare l’opzione europeista ma tenendo a bada l’ala più euroscettica del suo partito Conservatore, capeggiata da Boris Johnson. Cameron ha perso, Johnson ha vinto. Come Farage. Ha perso anche il partito laburista di Jeremy Corbyn, che evidentemente non è riuscito a fare la differenza a favore dell’Europa. Tutto lo scenario politico britannico, con questo referendum, può cambiare. Ma anche quello di altri Paesi europei in cui il sentimento anti-Europa e’ crescente e potrebbe trovare sfogo in analoghi referendum. Lo sguardo è soprattutto verso la Francia che sceglierà il nuovo presidente entro un anno.

 

di Alessandro Franzi

fonte linkiesta.it

 

 

 

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