Karmablue, Né apparenze né comete. Tra oriente e occidente

karmablue

Con radici negli anni ’80 e provenienti dagli anni 2000, i Karmablue hanno attraversati varie fasi di cambiamenti, finché il capofila Giacomo è riuscita a dar stabilità e portare la formazione al terzo album, dove le influenze di vecchia scuola Prog si uniscono bene a chiari stilemi di musica italiana d’autore. Come si arrivi a tutto ciò, ce lo facciamo dire da loro.

Eccoci qua con i Karmablue, Giacomo Caruso e Simone Colaiacomo. Allora, “Né apparenze né comete”, la canzone “Cristalli parte III”. La domanda parte automatica: e le altre due parti?
G: “Ciao. Stavano sul primo album dei Karmablue.”
S: “Ciao.”

È l’aggancio per capire che questa formazione ha già un po’ di esperienza, è una delle realtà italiane nel Prog e dintorni che girano in Italia con ottimi prodotti.
G: “Grazie [ride, ndr]. Il primo album è del 2002, però il lavoro è iniziato a metà degli anni ’90, intorno al 1995, con una formazione che era stata creata ad hoc per fare questa registrazione e che purtroppo si è dissolta nel corso delle registrazioni stesse. L’album è stato comunque completato, c’è voluto un pochino di tempo, è stato pubblicato con la Toast records di Torino nel 2002. Si intitolava “Erratico estatico”.”

Per fortuna stavolta la “luce che filtra attraverso i cristalli di ghiaccio” con i vari gas nobili non hanno fatto dissolvere nessuno. Ma l’inizio della formazione risale agli anni ’80.
G: “Infatti. Ma guarda, in realtà negli anni ’80 io avevo un altro gruppo, gli Still life, e facevamo più o meno un Tecno dark, abbiamo fatto un mini LP nel 1987 e poi per motivi vari il gruppo ha girato un pochino ed è finito, ognuno ha preso la sua strada. Io a quel punto ho continuato a lavorare nel campo della scrittura dei testi, a comporre delle canzoni e a metterle nel cassetto, e poi il risultato è stato “Erratico estatico” del 2002. Poi c’è “Acquadanze” del 2006, poi c’è voluto un momentino [ride, ndr] più di tempo per arrivare a “Né apparenze né comete” che esce adesso.”

Quinti tu Giacomo sei quello che tiene le fila di questo progetto Karmablue dagli inizi. Invece quando è entrato Simone?
S: “Beh, Giacomo l’ho conosciuto nel 2010 in occasione della presentazione di un libro, di conseguenza siamo rimasti in contatto per un po’ di anni, dopodiché nel 2014 ha iniziato a dirmi “ma perché non vieni a suonare il basso con i Karmablue?” [ride, ndr]. Alla fine mi sono convinto, fortunatamente perché ho apprezzato molto fin da subito quando ho sentito i brani, che all’epoca erano ancora allo stato embrionale perché la formazione era tutta da ricomporre, apparte Giacomo.”
G: “Io ero in contatto col batterista Paolo Marini e l’altro chitarrista Flavio Marini suo figlio, che è una cosa bellissima tra l’altro. Sono proprio due generazioni diverse: Paolo è quasi mio coetaneo, Flavio è un giovano chitarrista di 22 anni, e quindi chiaramente ognuno porta le musiche che preferisce, che ascolta, che sono anche diverse. La fusione di tutto questo un po’ si sente anche in “Cristalli parte III” appunto, ho consigliato di mettere quella perché c’è anche quel passaggio quasi metal, che è opera di Flavio. Però tutto si amalgama in maniera molto tranquilla, molto creativa.”

Ecco, così non è che abbiamo Steve Wilson contro Steve Hackett.
G: “No, semmai Robert Fripp contro tutti [ride, ndr].”

Ci avete messo tre album per fare una canzone col vostro nome: “Karmablue”. Ma qual è l’origine del vostro nome?
G: “Tutto questo affonda le sue radici nel tempo. Ho pensato a un ponte tra oriente e occidente, quindi il karma come una sorta di destino, anche se il concetto di karma nelle filosofie orientali va ben oltre l’idea di destino che abbiamo noi in occidente, e il blu è secondo me la tristezza tipica della società occidentale.”

Salutiamo Loris Furlan che distribuisce il CD, auto prodotto da voi. Per averlo basta andare sul sito della Lizard o sul vostro Facebook, andate intanto a dargli il like. Ho sentito che avete richieste anche dall’estremo oriente.
G: “Sì, ce l’ha chiesto un signore giapponese, lo voleva autografato e glielo abbiamo mandato autografato. È reperibile anche in due negozi di Roma: Elastic rock e Transmission. Stiamo lavorando alla versione digitale.”

La copertina è particolare, sembra una faccia che risplende dal dietro.
S: “Sulla copertina ci abbiamo ragionato molto perché comunque sia tende anche a ricollegarsi a quelle dei primi due album. Quella che viene rappresentata qui in “Né apparenze né comete” è Zeta ophiuchi, quindi la costellazione dell’Ofiuco. Ci ha colpito perché rappresenta, se uno usa un po’ di immaginazione, una figura femminile, di slancio, che si ricollega ai primi due album perché ad esempio la figura in “Acquadanze” è la donna pesce, mentre nel primo è rappresentata una figura femminile disegnata da un artista. Quindi abbiamo cercato di dare una continuità, protraendola verso un nuovo viaggio.”

È una cosa spaziale, perché questo in realtà non è un concept album ma le canzoni hanno tematiche tutte collegate tra di loro.
G: “Diciamo che a livello testuale sicuramente sì: c’è l’idea del viaggio o dentro sé stessi o nel sogno o nello spazio. Quindi sicuramente c’è un filo conduttore, pur non essendo giustamente un concept, i brani tra loro sono abbastanza collegati.”

Dai “deserti d’acqua” la “Guerra degli dei”. Bisogna avere fantasia per tirare fuori questi testi. A cosa hai pensato per questo pezzo?
G: “Intanto quando componemmo questo brano Paolo il batterista mi disse “voglio un testo sulla guerra”, e io risposi “facile, ora ne ordino uno” [ride, ndr]. E invece ho immaginato una guerra tra Dio e Allah, tra oriente e occidente, anche qui ho fatto una sorta di paragone tra l’invasione dei persiani respinta dagli antichi greci e il conflitto di civiltà di cui tanto si parlava con tutto quello che ne consegue, le paure. Poi il testo alla fine parla della storia, la storia che non insegna mai, non insegna a non fare guerre, nessuno vuole imparare a vivere in pace.”

Purtroppo le guerre sono guidate da interessi economici. Abbiamo nominato e salutiamo Paolo e Flavio, salutiamo anche la vocalist del gruppo.
G: “Sì, Vera Perkins.”

Che anche lei di arte nelle canzoni ce ne mette. Andate a dare il like ai Karmablue su Facebook, a vedere quando ci saranno date live. Ma gli altri del gruppo si devono imparare le canzoni vecchie?
S: “Esatto [ride, ndr], per alcune già lo abbiamo iniziato a fare, di entrare in questi brani del primo album in particolare modo.”

Ma i Karmablue stanno continuando a lavorare dietro e pensare ad altre cose.
G: “Esatto, ma per ora non sveliamo niente.”

Vero che sei tu Giacomo quello che storicamente tiene le fila, ma quando si tratta di comporre una canzone, come avviene? Sei tu che porti le linee melodiche e poi gli altri ci lavorano, oppure è un qualcosa che avviene con i contributi un po’ di tutti?
S: “Questo album diciamo è nato in due momenti ben distinti, perché alcune tracce erano già state scritte da Giacomo, per cui tutta la struttura musicale era stata realizzata e andavano solo arrangiate, quindi è stato fatto un lavoro partendo da una base preimpostata. Mentre l’altra metà dell’album è stata creata a formazione completa, per cui abbiamo avuto modo tutti quanti di metterci del proprio.”
G: “Un lavoro di squadra.”

Bene, così le cose si sentono proprio e c’è un amalgama maggiore nel gruppo. Creare un gruppo non lo si fa in poco tempo.
G: “No, decisamente ci vuole del tempo, ahimè.”

Stiamo ascoltando un pezzo “Acrobati (les acrobates des nuages)”, ma com’è che è venuto fuori un titolo mezzo francese?
G: “Perché il titolo italiano all’inizio era appunto acrobati delle nuvole, e quindi l’abbiamo tradotto in francese che è la seconda lingua di mia moglie, che è anche la voce recitante sua in questo che in un altro brano. L’aspetto teatrale, la teatralizzazione della musica mi ha sempre affascinato, è sempre stato un aspetto importante nell’evoluzione del Karmablue, e le cose nascono una via l’altra.”

Sì, accompagnare la musica che è cultura con altre arti riveste sempre un certo fascino, e la rende più interessante. Io adesso sto in mezzo a scrittori di poesie e romanzi. Dove vi potremo trovare?
G: “Ad esempio al Mangiaparole, in via Manlio Capitolino 7/9 qui a Roma. È un gradevolissimo e graziosissimo posto, una libreria dove c’è anche da bere e da mangiare, ci si fanno presentazioni di libri, anche concerti in ambiente familiare, diciamo così, e laboratori di scrittura. È un posto abbastanza vivace e sì, ogni tanto noi stiamo là per chi ci volesse conoscere, perché no.”

E ci avete fatto il release party di questo album.
G: “Sì, abbiamo fatto la presentazione ufficiale dell’album il 7 aprile, naturalmente è stato un successo [ride, ndr], abbiamo già un nostro pubblico che ci segue anche grazie al gruppo Facebook del nostro batterista “Yes / Prog e dintorni”. Molti di quel gruppo sono nostri amici fidati, ci seguono, ci sostengono.”

Salutiamo tutti i membri, invito a iscrivervi dunque a questo gruppo per amanti del Prog. Ma alla fine il Prog non è una nicchia, non bisogna essere intellettuali per apprezzarlo, anche se i testi possono parlare di argomenti più particolari come i gas nobili. Adesso in radio non si sente più, ma negli anni ’70 veniva detta semplicemente musica Pop.
G: “È un fatto di mode, perché la musica Pop, come dici tu, è legata al mercato, e quando il mercato ha voluto altro è stato creato dell’altro. Ci sono dei gruppi New wave che a me piacciono: i primi Simple minds, i primi U2, che comunque erano gruppi di tutto rispetto aldilà della batteria in quattro. Per dire, “Sons and fascination” dei Simple minds è stato prodotto da Steve Hillage, il chitarrista dei Gong, un gruppo Prog. Una continuità in qualche modo ce la troviamo. Poi diciamo che nelle cantine in qualche modo il Prog si è sempre continuato a suonare. Anche negli anni ’80 c’erano gruppi Prog, come i Marillion. Alla fine è solo una questione di opportunità e di mode, poi per me Prog per estensione è tutta la musica di ricerca, e ricerca se ne è sempre fatta e sempre se ne farà.”

E per fortuna riusciamo a raggiungere ancora ottimi risultati. Adesso stiamo ascoltando “Né apparenze né comete”, la title track che ha un titolo un po’ particolare che mette curiosità.
G: “Sì perché all’inizio questo brano fu composto da me e Paolo, chitarra e batteria in perfetta solitudine ed in un primo momento era strumentale. Al momento di dargli un titolo io avevo appena pubblicato una raccolta di poesie chiamata “Apparenze” e l’ho proposto. Paolo non era convintissimo, però alla fine fu il titolo provvisorio. Qualche tempo dopo è venuta fuori la parola comete, io ho detto “ah, chiamiamolo “Comete””, e Paolo non era convinto nemmeno di quello [ride, ndr]. Passa dell’altro tempo e a un bel momento gli ho detto “Pa’, lo vogliamo intitolare “Né apparenze né comete”?”. “Beeello” [ride, ndr].”

Karmablue non sarà un nome Progressive ma questo lo è di sicuro. Le comete ritornano in questa copertina.
G: “Certo, sicuramente è stata scelta ad hoc.”

Sento tutte queste dissonanze di chitarra, vedo che il padre ha fatto crescere bene il figlio.
G: “Sì, ma io sono orgoglioso di suonare con un ragazzo di 20 anni, mi ringiovanisce suonarci assieme.”

Chi fa musica così si mantiene sempre giovane. Ma è così che siamo ai saluti. Un grosso saluto e ringraziamento a voi: Giacomo, Simone, Paolo, Flavio e Vera di Karmablue. Break a leg per tutto.
S: “Ringraziamo anche e salutiamo il direttore artistico che ci ha seguito per tutto il progetto: Giacomo De Caterini. Ciao.”
G: “Si, lo salutiamo e lo ringraziamo soprattutto. Ciao a tutti.”

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>