La mia 25° ora

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Ho fatto un sogno, uno di quelli che ti lasciano le sensazioni addosso, di cui ti ricordi ogni singolo dettaglio e al risveglio hai bisogno di raccontarlo perché secondo te qualcosa deve pur significare; l’obiettivo del giorno diventa trovare l’impercettibile segnale codice da decifrare.
Alcune cose che ci appaiono nel mondo onirico sono così palesi anche tra chi sta con gli occhi aperti che è veramente inutile ricamare troppo sul chi, cosa, come, perché… al risveglio sai che quel che hai visto e fatto non è niente di più vero, anche se è stato solo sognato.
Probabilmente… e lo penso davvero, rivestiamo nell’idea del sogno troppe, troppissime aspettative.
E’ comodo pensare, se l’ho sognato accadrà (per le cose che desideriamo), o anche, se è successo in sogno allora ne sono esente (sperando di esorcizzare quel che vorremmo allontanare da noi)…se ci pensiamo bene il sogno altro non è che una realtà di comodo.
Diamo alla legge dell’attrazione il più alto dei valori: il bene porta il bene, il male attira il male; un pensiero positivo si nutre di altrettanti pensieri pieni e colorati, mentre un atteggiamento negativo da forma alle rughe che corrugano la fronte.
Il sogno è l’inconscio, la proiezione della mente, la fantasia che prende forma, il desiderio nascosto, l’alternativa, la realtà possibile, lo sliding doors… o invece è semplicemente il risultato esatto, la somma matematica di tutto quello che ci appare invisibile agli occhi? Si sa no?!? Non si vede bene se non con il cuore… Ed in questo caso avrebbe ragione Cenerentola con la sua frase topica “I sogni son desideri di felicità”; ma tutti tutti, dico io?
Perché la notte passata sono stata vittima di un attentato, mentre guidavo in macchina sotto una galleria dalla quale non volevo uscire ma nonostante frenassi non riuscivo a cambiare le sorti della mia strada; sono stata travolta da una sparatoria che ha cessato il mio cammino.
La galleria è crollata sulla macchina e la macchina a sua volta si è accartocciata su di me…il mio unico obiettivo nel dimenarmi era proteggere il mio cuore; come se un colpo in testa non avrebbe comunque messo l’ultimo sigillo alla mia persona, ma io con ostinazione, era proprio il cuore, l’organo involontario e nel mio caso anche psicolabile che avevo scelto di difendere.
Vi risparmio i dettagli sulla vita che mi scorreva davanti e la mia presa di coscienza della fine imminente.
Poi ad un Dio barbone, che si trovava evidentemente sotto al ponte come me, è venuta voglia di risparmiarmi e con tutta la flemma di chi è appena morto ma non ne ha affatto voglia ho preso il cellulare per cercare soccorsi, con gli occhi chiusi era difficile telefonare, non vedevo nulla ma avevo timore di aprirli…come un Edipo moderno a spasso nel 2016 mi ero auto accecata serrandoli forte per non vedere la realtà che mi si palesava davanti.
Si dice che non può esistere coraggio senza paura, così piena delle mie ansie stringo denti e pugni e apro gli occhi pronta a guardare la morte in faccia e il caso ha voluto che avesse l’arredamento della mia stanza, l’odore della mia casa, il calore del mio piumone… per non scordare il bagnato della mia saliva sul cuscino… e vaaaaa bè, perdonatemela, quella è l’ansia 😉
Dunque, tutto quello che avviene accade pur un reale e indiscutibile motivo? Possibile che l’universo ci lasci vivere l’alternativa peggiore che abbiamo? Nooo, mi piace credere che qualsiasi sia l’andamento delle cose e il modo nel quale riescano a prendere forma è sempre e comunque il meno peggio.
Pensate un po’…di che morte sarei potuta morire in un sogno in cui l’universo non avesse messo il suo zampino…aaargh non voglio neppure lontanamente immaginarlo.
Non serve certo Freud a decifrare tra le righe, le mie paturnie…procediamo quindi con l’autoanalisi:
La macchina rappresenta la vita, (ho paura a chiedere: “la mia vita?”) al momento sotto una galleria (Qualcosa di sbagliato? Di nascosto? Chi è che per antonomasia sta sotto i ponti? Chi ha perso tutto, chi non ha più niente, o sbaglio?).
Dall’altro lato della galleria c’è la luce, la libertà, eppure cercavo di frenare con tutta me stessa, fallendo miseramente, ma resta il fatto che di uscire allo scoperto non ne avevo davvero voglia.
Inizia la sparatoria, tutto mi crolla addosso, il mio unico pensiero è chiudere gli occhi e non vedere ma proteggendo il mio cuore.
Ecco, qui abbiamo una pazza furiosa che sta facendo qualcosa di sbagliato ma non sa come uscirne e forse neppure lo vuole troppo ma ha una fottuta paura di farsi male al cuore…ollé!
Ma non era meglio che me la mangiavo la peperonata, se tanto faccio questi sogni con i broccoli e il merluzzo…tanto vale che mi faccio del male con un piatto cospicuo.
Poi però ragiono e mi interrogo : ”Cosa c’è di peggiore di qualcosa che non succede?”.
Non sempre tutto è giusto, non va tutte le volte come avremmo voluto, quasi mai in realtà…ma se il rischio che corriamo è che tutto questo non succedeva affatto, allora preferisco frenare la macchina e non uscire dalla galleria, prendermi tutti i calcinacci sul cuore ma come Edward Norton tra le sue migliori interpretazioni affermare con rigore e fermezza: “C’è mancato poco che non succedesse mai”.

 

 

Martina Venanzi

Martina Venanzi

Attrice

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