Lettera di una figlia unica

ernaux

Una storia lunga una lettera. Una lettera lunga.

Che comincia una mattina d’estate del 1950, senza preavviso e sottovoce, fuori alla porta di una drogheria dell’Alta Normandia.
Una bambina di 10 anni ascolta per caso la conversazione tra la madre e una cliente elegante. Come se quella bambina non ci fosse, la madre accenna ad una figlia che non c’è più, la prima, quella buona, quella che per la sorella non c’è mai stata.
È così che Annie Ernaux viene a sapere che da qualche parte, prima di lei, c’è stata un’altra figlia. Non da qualche parte, in effetti, ma esattamente dove si è trovata lei fino ad allora, nella stessa casa, con gli stessi genitori, in una famiglia già usata da qualcuno che non ha conosciuto.
Da allora qualcosa cambia nella vita di quella bambina, che continua a vivere e a tacere per non ferire i genitori facendogli sapere di sapere, a sentirsi prima defraudata e poi fessa, mortificata. Ma non triste. La verità di un’esistenza passata di corsa, vissuta velocemente come un’ombra di cui non rimane che un nome mai pronunciato, qualche vecchia foto color seppia e una tomba che il padre e la madre vanno a trovare a settimane alterne.
È una consapevolezza strana quella di sapere di avere avuto una sorella che nella realtà non lo è mai stata, con cui non è stato possibile dormire insieme, giocare, neanche litigare. È solo una consapevolezza appresa di sfuggita, incamerata di nascosto e messa da parte per tutta la vita. Sulla quale ci si interroga sapendo che non si potrà mai ottenere alcuna risposta. Impossibile sapere se in pochi anni quell’altra figlia fosse stata felice; più facile immaginare, grazie alle lacrime e ai silenzi altrui, quanto fosse stata amata. Ogni dubbio rimane tale, ogni ricordo di quella figlia buona sepolto nelle tre tombe vicine nel cimitero di Yvetot sulle quali non sempre qualcuno ha portato un fiore, su cui non sempre c’è qualcosa da raccontare.
Nella Ernaux si alternano il senso di colpa per essere ancora viva e l’orgoglio per lo stesso motivo. Vengono fuori i ricordi degli episodi in cui anche lei stessa ha rischiato di morire, pensieri che rischiano di far confondere le due sorelle, di vederle sdraiate nello stesso letto accanto alla finestra, l’immagine di una che si sovrappone a quella dell’altra.
Non ci sono sentimenti, invece, per la sorella mai incontrata, né odio, né tenerezza, solo “un biancore di sentimenti. Una neutralità”. Ci sono ricordi che ricordi non sono, restano riflessioni su fotografie di momenti non vissuti con quelli che sembrano essere altri e mai conosciuti genitori, con altre acconciature e altri vestiti e al centro un dolore invisibile, quella bambina mai stata.
C’è un percorso che porta ad una comprensione e ad una nuova consapevolezza maturata in anni silenti di parole solo scritte e non pronunciate, un rendersi conto da soli e finalmente trovare che senso ha avuto – se ne ha avuto – una morte troppo piccola che nessuno ha mai spiegato.
“Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io potessi scrivere, e questo fa una grande differenza”.

“L’altra figlia” di Annie Ernaux (trad. Lorenzo Flabbi), L’Orma Editore, 88 pagine.

 

 

Articolo: Francesca Ceci
Foto: Christian B. Bouah

 

 

Francesca Ceci

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Avvocato

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