Li chiamavano Jeeg, Mazinga, Goldrake, Lupin, Lamù e non erano robetta per ragazzini

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Alla XVI edizione dell’Hiroshima International Animation Festival,

guardandomi intorno, mi sono ritrovato in sala unico giornalista europeo ad essermi fiondato per rivedere sul grande schermo il primo episodio di due perle di Osama Tezuka: Astroboye Kimba, quest’ultimo il leone bianco scopiazzato poi dagli americani e occidentalizzato dalla Disney.

Scoperchiando il baule dello sterminato patrimonio di anime e manga nipponici dagli anni ’50 ai giorni nostri, ho fatto due conti: la mia generazione è cresciuta a pane eJeeg Robot, Goldrake, Mazinga, Lupin III, Lamù con l’incosciente inconsapevolezza che penne e matite del Sol Levante ci hanno resi viaggiatori in Giappone.
Altro che robetta per ragazzini o semplice “babysitteraggio”, sarebbero potuti diventare lezioni interessanti sui banchi della scuola italiana arretrata degli anni ’80, specchio della decadence della Prima Repubblica.

Li chiamavano Goldrake e Mazinga perché i robot erano il riscatto del nuovo Giappone che voleva emergere da super potenza con alle spalle i traumi dell’Atomica, evocata dalla desolazione dei paesaggi delle storie di Go Nagai.
Lo chiamavano Jeeg Robot perché la condanna di Hiroshi a trasformarsi nella testa del robot dai pugni d’acciaio anticipava di decenni il rapporto complesso tra uomo e macchina, oltre le catastrofi della globalizzazione.

Lo chiamavano Capitan Harlock (1977) perchè il poeta visionario Leiji Matsumoto, classe 1938, aveva traslato l’universalità del viaggio dell’Odissea omerica nelle galassie spaziali, attraverso lo sguardo di un personaggio tenebroso e affascinante che, per certi versi, aveva qualcosa del Corto Maltese di Pratt.
Così gli altri coinquilini dell’abitacolo di Matsumoto, dalla Corazzata Yamato (1975) aGalaxy Express 999 (1977), dalla Regina Emeralda (1978) a La regina dei 1000 anni(1980), arricchivano il futuro spaziale di memorie dolorose, rimpianti, paure, fragilità umane, ricerca di sé stessi per trovare nell’amore l’ultima via di salvezza.

Le chiamavano Candy Candy (1975), Georgie (1983) e Lady Oscar (1972), perchè dalle pagine dei “manga sentimentali”, fatte di trovatelli dei nostri romanzi d’appendice o da eroine della rivoluzione francese, Yumiko Igarashi e Ryoko Ikeda avevano trafugato dalla soffitta di storia e letteratura europea.
IL Vecchio Continente fu ispirazione per tanti soggetti del Sol Levante così come il desiderio di importare tre sport nostrani attraverso lo spokon manga, dal calcio (Holly e Benji, 1983) alla pallavolo (Mimì e le ragazze della pallavolo, 1977), passando per il tennis (Jenny, 1973).

Lo chiamavano Lupin III (1967) perchè dagli schizzi caricaturali di Monkey Punch, grazie alla matita del maestro Miyazaki, prese la fisionomia del ladro più amato del piccolo schermo. Resta un anime gioiello perchè il ladruncolo Lupin ridicolizza l’ipocrita moralismo e stravolge tutti i canoni dell’obsoleto imperialismo nipponico nella relazione con gli altri copratogonisti: la custodia della memoria (l’amico Gemon), lo sguardo verso l’Occidente (Gigen sembra un pistolero del Mucchio Selvaggio di Peckinpah); l’erotismo come linfa della routine (Fujiko); le controversie tra inseguitore e braccato (Zenigata).

La chiamavano Lamù (1978) perchè, attraverso il piccolo capolavoro di Rumiko Takahashi, abbiamo imparato a mangiare con le bacchette vedendo Ataru Moroboshi ingozzarsi con le scodelle di riso; ci siamo infilati tra i banchi di un liceo di Tokyo; siamo diventati pappa e ciccia con un monaco buddista come il vecchio Sakurambo; abbiamo imparato ad avere a che fare con i “figli di papà” del Giappone moderno, osservando i tic di Shutaro Mendo.

La giapponesità ce l’hanno infilata addosso persino anime che attraevano un pubblico più piccolo, da Hello Spank (1978) a Mago Pancione (1969), da Carletto il principe dei mostri (1965) a Doraemon (1969).
Potremmo andare ancora avanti, ammaccando la spudorata nostalgia con un dubbio legittimo: ci siamo convinti che quelle storie disegnate e poi animate ci hanno fatto bene, perchè hanno saputo raccontarci con tante sfumature un Paese lontano dal nostro?

Li chiamavano manga e anime perchè hanno mappato storia e geografia del Sol Levante senza annoiarci, facendoci crescere con la voglia di fare un viaggio senza ritorno in Giappone e attraversare, in prima persona, quel mondo disegnato, anzi nola vita disegnata, rincorsa tra delusioni di ieri e sogni di domani.

 

 

di Rosario Pipolo

fonte linkiesta.it

 

 

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