Lo strano amore di Facebook per le teorie del complotto

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L’algoritmo del social network più famoso del mondo ha una debolezza significativa: favorisce i post a tema-complotto e aiuta la loro diffusione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti

C’è un complotto di Facebook per rendere popolari le teorie del complotto. È quello che risulta – esagerando un po’ – dalle rivelazioni degli ultimi giorni sui criteri che adotta il social network per diffondere (o non diffondere) i post pubblicati dagli utenti. Quello che è stato colto da tutti i giornali è che Facebook, sempre secondo una fonte rimasta anonima, preferisce censurare contenuti di stampo conservatore(con quale influenza sul pensiero del mondo?). È passato in sordina (forse un complotto?) il fatto che, invece, favorisce molto i contenuti che si rifanno a teorie complottiste. Forse Zuckerberg crede davvero alle scie chimiche?

Un passo alla volta. L’algoritmo di Facebook ha un obiettivo chiaro: fidelizzare l’utente e farlo restare sul social network il più a lungo possibile. Di conseguenza si cerca di fornirgli contenuti (di persone, di gruppi, etc.) che rispecchiano i suoi interessi, nella convinzione che più ne vede e più sia contento – una ovvietà per qualsiasi esercizio commerciale – e allora si soffermi più a lungo. Ogni pagina è collegata ad altre pagine ritenute simili, formando un grappolo omogeneo dal punto di vista dei contenuti. È un fatto matematico, che però ha conseguenze di importanza capitale: se, per sbaglio/curiosità/convizione reale qualcuno si avventurasse su una pagina contro i vaccini, per fare un esempio, riceverà una serie di altre proposte su pagine affini, espressione di idee complottiste di vario tipo (scie chimiche, sostenitori della piattezza della Terra, cure naturali per il cancro, etc.).

È un problema? Sì, anche perché la totale gratuità della pubblicazione dà spazio a deliri di ogni genere caratterizzati, però, da una grande capacità attrattiva (titoli alla “non te lo diranno mai”, per capirsi). L’utente sprovveduto può cascarci con poco e restare avviluppato in una serie di teorie-del-tutto piene di retroscena non verificate, antiche convinzioni pseudoscientifiche e pure e semplici falsità.

Di solito questi problemi verrebbero risolti con la cosiddetta “saggezza della folla”, cioè l’abilità dei grandi gruppi di persone – non influenzate a vicenda – di cogliere le risposte giuste e scovare la verità. Ma su Facebook questo meccanismo non funziona, perché la folla è guidata, nelle sue riflessioni, dall’algoritmo e non dalla casualità. È una situazione molto diversa.

Risultato? Che le teorie del complotto guadagnano sempre più audience (senza però guadagnare più probabilità di essere vere): in Brasile molti sono convinti che il governo stia mentendo sul virus Zika: sarebbe, secondo loro, un’invenzione per giustificare i difetti dei neonati provocati in realtà da altri, inconfessabili, agenti. Quali? Chi lo sa. Secondo alcuni è colpa dei vaccini, per altri della Monsanto. Per altri ancora delle scie chimiche. Di sicuro non sono le zanzare.

Oppure in Oregon, nel 2013, la popolazione di Portland ha protestato e votato contro la fluorizzazione delle acque: una pratica diffusa che migliora la salute dei denti. Erano preoccupati da alcuni post trovati su Facebook che denunciavano la fluorizzazione come uno strumento per il controllo mentale delle masse (soprattutto per renderle più pacifiche) o da altri post che, invece, lo indicavano come la causa numero uno per il cancro. Forse, in realtà, erano messi in giro dalla lobby dei dentisti? Saperlo.

I casi di paranoia non finiscono qui. In Texas, i cittadini di Bastrop County si convinsero, grazie ad alcuni post complottisti diffusi da FB, che gli esercizi militari nella base vicina fossero, in realtà, una trama segreta del governo per imporre la legge marziale e confiscare tutte le armi da fuoco dei texani (che, tutto sommato, non sarebbe stato così male). Tanto fu il clamore che perfino il governatore del Texas dovette cedere e organizzare un monitoraggio dell’esercitazione. Altro esempio della “saggezza delle folle”.

Insomma, i gruppi complottardi sono i più accaniti (in linguaggio tecnico si parla di: passione asimmetrica, cioè gruppi più accesi e attivi rispetto ad altri nel diffondere le proprie idee) a parlare di scie chimiche, acque fluorizzate, riproponendo le care vecchie teorie dell’11 settembre. Nessuno si oppone, ma non perché a corto di risposte. È piuttosto, per “mancanza di passione”. Chi mai si metterebbe a ripetere, con lo stesso piglio e la stessa costanza, che no, l’11 settembre non se lo sono fatti gli americani e che i vaccini non provocano l’autismo? Facebook e il suo algoritmo, allora, cascano nella trappola. Seguono gli utenti più attivi e rilanciano i loro post. È un mondo già difficile e, per colpa di Zuckerberg, lo è diventato anche di più.

 

di LinkPop

 

fonte linkiesta.it

 

 

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