Maria Amelia Monti, “nuda e cruda” .

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Da giovedì 28 gennaio a domenica 7 febbraio, al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, andrà in scena “Nudi e Crudi”, tratto dal romanzo di Alan Bennett, con la regia di Serena Sinigaglia e con protagonisti Paolo Calabresi e Maria Amelia Monti.

Maria Amelia, Nudi e Crudi è un romanzo di Alan Bennett che tratta di un rapporto di coppia ..

Si, è un romanzo di Bennett che è stato pubblicato circa 15 anni fa ed Edoardo Erba ha poi curato l’adattamento a commedia teatrale; già questa è una cosa straordinaria ed importante perché Bennett non dà a tutti la possibilità di trasformare in commedia teatrale una propria opera. La commedia racconta dei coniugi Ransome, una coppia inglese noiosa, chiusa, pedante – specialmente il marito – che una sera, dopo essere stati ad un concerto di Mozart, trova la casa completamente ripulita, svaligiata di tutto: non c’è più la moquette, non ci sono più le prese della luce e del telefono; si trovano completamente nel vuoto assoluto. E questo è il pretesto da cui si snocciola poi tutta la commedia. Bennett osserva come la donna reagisce a questa assenza di punti di riferimento e come, invece, reagisce l’uomo. Ovviamente, come sempre, la donna reagisce meglio (sorride, n.d.r.).

Non è la prima volta che affronti il tema della vita di coppia, il grande pubblico ti ricorda nella fiction televisiva “Finalmente soli” al fianco di Gerry Scotti. Che cos’è che differenzia il rapporto tra i coniugi Ransome e il rapporto tra te e il “topo” (era questo il soprannome di Gerry Scotti adottato nella fiction)?

Nella fiction il titolo era “Finalmente soli” ed era la storia di una coppia che non riusciva mai a star sola perché aveva sempre in mezzo la suocera, i figli e i professori dei figli, il vicino di casa .. Era un coppia che viveva in mezzo alla vita ed era una coppia che tentava di rimanere sola, senza però riuscirci mai, o quasi. Invece i Ransome sono due coniugi inglesi, due cinquantenni che sembrano, però, avere la mentalità di due ottantenni: sono metodici, non escono mai, non hanno amici; lui è noioso e l’unica cartolina che ricevono, la ricevono a Natale con sù scritto “Ehi noi ci siamo ancora” , cartolina a cui loro rispondono “anche noi ci siamo ancora”. Questo inconveniente, questo furto che subiscono, alla donna fa benissimo perché inizia ad andare al pub a bere una birretta in compagnia, riscopre la vita, la sessualità, va nei negozi asiatici a far la spesa, compra lo spezzatino al curry invece del solito roast beef. E invece lui non ce la fa, non reagisce.

Non siete solo tu e Paolo Calabresi in scena, vero?

C’è anche un altro giovane attore, Nicola Sorrenti. Fa il narratore, ma potrebbe anche essere Bennett che osserva questi due personaggi come fossero delle cavie per vedere cosa succederebbe ai coniugi Ransome se non potessero bere il loro tea per un giorno e così via. E poi fa anche altri personaggi che muovono la storia.

Quindi la casa vuota è un po’ lo specchio dell’anima dei due coniugi che si ritrovano privi degli appigli che possono offrire gli oggetti per muoversi in una direzione o in un’altra.

Sì, il concetto è anche questo. E’ uno spettacolo che fa molto ridere, ma è anche molto crudo. E’ uno spettacolo che osserva e lancia un messaggio che è abbastanza forte. Noi abbiamo proprio deciso di scegliere una regista che avrebbe optato per una regia non facile, perché questo testo può essere letto in chiave solo comica o può anche essere letto in chiave più profonda. Serena Sinigaglia, la regista, ha fatto un ottimo lavoro insieme a tutto il suo gruppo. Anche la scelta e la realizzazione della scenografia di uno spettacolo di questo tipo è stata molto difficoltosa.

Com’è muoversi su una scenografia così povera? Hai detto che la coppia si trova nel vuoto più assoluto della propria casa.

Abbiamo dovuto lavorare tantissimo perché, non avendo punti di riferimento con gli oggetti, è stato tutto difficile. La scenografa, Maria Spazi, è stata bravissima. Per il primo tempo, quando la coppia è nel vuoto del proprio appartamento svaligiato, ha realizzato una pedana di legno che è stata poi sistemata al centro del palco, quasi come fosse una zattera. E ci sono solo delle corde che scendono dal soffitto. Per il secondo tempo ha, invece, realizzato una scenografia fantastica, ma non vi svelo niente, dovete venire a teatro.

Nei titoli dei tuoi lavori ricorre spesso la parola finalmente: “Finalmente soli”  “Finalmente Natale” “Finalmente a casa” “Finalmente una favola”, quasi un’attesa, un’attesa poi ripagata dai tuoi successi. Tu come vivi le attese, che rapporto hai con il tempo che scorre?

Sinceramente, io non ho la dote della pazienza, però – non avendo più vent’anni – ho imparato che, invece, bisogna imparare ad averne perché per raggiungere grandi cose o anche cose piccole, ma molto importanti, bisogna essere pazienti; per cui sto iniziando a farmene una ragione; anche perché l’attesa ti porta anche a gustare di più gli obiettivi che poi riesci a raggiungere.

Ognuno di noi attende qualcuno o qualcosa, proprio come racconta l’opera di Samuel Beckett “Aspettando Godot”. Chi, o che cosa, è il tuo Godot?

Godot è la vita stessa. Ci illudiamo sempre che saremo contenti quando avremo raggiunto un obiettivo. Beh, io sono buddhista da tanti anni e il buddhismo dice che, invece, è un’illusione pensare che si possa essere contenti o stare bene solo quando si realizzerà quel qualcosa di cui siamo in attesa e che, invece, bisognerebbe riuscire ad essere felici momento per momento, anche quando siamo ancora in attesa di realizzare quell’obiettivo. Godersi l’attesa. Anche l’attesa è vita. C’è una frase bella di una signora buddhista, si chiama Dadina (all’anagrafe Amalia Miglionico) ed è stata la prima a praticare il Buddhismo in Italia. Lei diceva “quando sei di fronte ad una persona, non devi mai pensare che ce n’è un’altra migliore che ti aspetta, devi goderti quella persona che hai di fronte in quel momento”.

Alessia Pellegrino e Giacomo Capellini

 

 

 

 

 

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