Migranti, l’odio corre sul web

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Sarà per la grave crisi umanitaria che ha investito i Paesi europei nel 2015, sarà perché i giornali restituiscono un’immagine distorta del fenomeno migratorio, sta di fatto che sul web si moltiplicano le espressioni di incitamento all’odio razziale e verso le minoranze. E odio sia: sulle pagine facebook, sui forum dei giornali on line, sui commenti in calce agli articoli.

Commenti (o post, per adesione gergale) polemici, arroganti e di istigazione all’odio, frutto di un confronto velocizzato dalla rete, che esaspera il punto di vista dei commentatori e ne radicalizza le posizioni. Indicativi di una situazione di disagio, di convivenza mal sopportata, di una presenza straniera temuta, percepita come ostile, minacciosa, aggressiva. Talmente tanto da trovare una legittimazione del pensiero dei commentatori, autorizzandoli(si) a dare un contributo alla discussione.

Spuntano così “esperti del tema”, presunti conoscitori dell’immigrato che cercano credibilità e consenso entro la comunità dei lettori, nonostante un’indicazione approssimativa e superficiale di questa ‘diversità’ descritta. Scrivono i benpensanti ipocriti, schietti e sinceri perché esplicitano il loro disprezzo, anche in modo “sanguigno”, pur non “essendo razzisti”.

Commentano i rassegnati, per i quali gli immigrati sono un capro espiatorio (ma i rassegnati non ne hanno contezza). Perché rubano il lavoro agli italiani, sporcano la città, sfruttano l’Italia. Non solo: se commettono reati, non vengono puniti; se evadono il fisco, non vengono rintracciati.

E poi, ci sono quelli il cui pensiero verbale non è supportato da alcun contenuto. Basta che sia denigrante e offensivo, duro e immutabile. Contro un ostacolo da abbattere. E da criticare ciecamente per le condizioni igienico-sanitarie, la moralità, i comportamenti non civici, i tratti somatici e fisici, l’opportunismo, la marginalità culturale, la scarsa intelligenza, l’occupazione e l’invasione di un territorio che non gli appartiene.

E fra retorica e qualunquismo, secondo quanto si legge nel Rapporto “L’odio non è un’opinione”, redatto nel quadro del progetto BRICKS, cofinanziato dall’Unione europea, nel 2014, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, ha registrato trecentoquarantatre casi di espressioni razziste sui social network, di cui centottantacinque su facebook e le restanti su twitter e su youtube e trecentoventisei nei link che le rilanciano; l’OCSE ne ha raccolte cinquecentonovantasei, individuate dalle Forze dell’Ordine, e centoquattordici segnalate da organizzazioni della società civile; nel 2013, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti Discriminatori ne ha rilevato sessantacinque.

E non c’è notizia che tenga: nessun ambito tematico è esente da commenti violenti. E nessun soggetto è immune dal proporli: ai discorsi razzisti diffusi dai comuni cittadini si affiancano, secondo una caratteristica tipicamente italiana, quelli, con annessi slogan, di stampo discriminatorio e xenofobo, pronunciati da personaggi pubblici e con ruoli di potere che, criminalizzando i migranti sui social, alimentano astio verso intere nazionalità e comunità. Dimenticando che l’odio non è un’opinione.

di Tania Careddu

Fonte altrenotizie.org

 

 

 

 

 

 

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