Out of the edge, Birth. Una nascita musicale

out_of_the_edge

Far parte di un gruppo di musicisti e avere concepito il proprio album, musica e testi, con la collaborazione di tutti, così Luca Stasi da batterista si è trasformato in compositore e arrangiatore, per seguire la proprie ispirazione e voglia di fare musica. Ne parliamo con lui stesso.

Siamo in diretta qui con Luca degli Out of the Edge. L’album “Birth”, nascita, ha un significato dietro?
“Ciao, ciao a tutti. Eh infatti sì, vuole essere un po’ la mia nascita come musicista, nel senso che io l’ho vissuta così. Mi sono laureato in ingegneria elettronica l’anno scorso a marzo, e nel momento in cui stavo finendo gli esami mi sono reso conto di una cosa, che nel profondo forse già sapevo: che io volevo fare della musica il mio lavoro, e quindi questo è stato l’album che ho vissuto come lancio, come mia presentazione. Quando ho iniziato a scrivere avevo già in mente che si sarebbe parlato di questa nascita.”

Quindi: tu sei laureato in ingegneria, suoni la batteria e non solo, hai composto tutte le melodie di questo album e poi sei qui a Roma perché sei a un corso, di?
“Sono a un corso di composizione di musica per film al Centro sperimentale, qua a Roma.”

Quindi è “Birth”, nascita, non rebirth con cui rinascendo ci si libera da qualcosa, si diventa altro.
“No: è proprio una nascita, un inizio, non tanto perché quello che ho vissuto prima non mi andasse, ma perché è proprio come se il percorso di prima fosse servito a questo.”

Cinque canzoni lunghe, 28 minuti un po’ sul Prog, sul Rock, sul cinematografico. Si sentono le ispirazioni da colonne sonore. “Maybe”, “Jester’s laugh”, la title trackBirth”. Tu sei il capofila di questo progetto Out of the edge: è un nome Prog, c’è un concetto dietro?
“Eh sì, il cinema è un mondo che mi affascina. Forse non mi ha ispirato volutamente, ma involontariamente sì, è possibile. Per il nome dietro c’è un concetto: la mia idea per questo progetto è sempre stata quella di non chiudermi in un genere, ma di uscire da quei confini che di solito vengono messi a una band, o che ci si mette da soli. Quindi in questo EP ci sono brani molto diversi l’uno dall’altro, e che comunque cercano di avere un filo conduttore che può essere quello del Prog, anche se non è voluto.”

È un filo conduttore sì, ma fare una colonna sonora Prog non è cosa facile, anche se affascinante. Le canzoni sono anche cantate, e ad esempio su “Maybe” c’è un sassofono non fatto con le tastiere, ma reale.
“Sì è realissimo: è Fabio Binda, un mio compagno di università. Lui ha continuato con l’ingegneria e io no, ma ci ha sempre accomunato questa passione per la musica. Lui, sassofonista bravissimo, si è prestato sia col soprano che con il tenore: ci sono delle risposte con il tenore alla melodia principale fatta col soprano.”

Comunque il sassofonista ufficialmente non fa parte del progetto Out of the edge.
“No, diciamo che ha fatto due comparse: una infatti in “Maybe” come dicevamo prima, che è il singolo del nostro EP, e un’altra in “Trying to live in love again”, che invece è il primissimo singolo fuori EP. Lì ci ha estasiato con il tenore. Questo album ha diversi ospiti, anche una voce femminile, Micaela Calvano, che ha fatto un solo di voce che secondo me è qualcosa di spettacolare.”

A questo punto, ultimi ma non per ultimi, nominiamo e salutiamo gli altri membri del gruppo.
“Eh sì, dopo Micaela i membri che hanno registrato le parti delle varie tracce sono Tommaso Bianchi e Matteo Pelli alle chitarre, Tommaso Severgnini alla voce, Carlo Testoni al basso e Luca Stasi alla batteria. In realtà c’è da dire che il brano “Jester’s laugh” non l’ho registrato io ma Federico Paulovich dei Destrage.”

Ah accidenti. Ma non siete esattamente tutto un gruppo italiano, vero?
“No, perché Matteo Pelli è svizzero, abbiamo lo svizzero dentro di noi [ride, ndr], ma è molto divertente tra l’altro perché c’è uno scambio interculturale. Abbiamo imparato alcuni modi di dire svizzeri, tipo scarpetta che per loro è la nostra ciabatta elettrica [ride, ndr].”

Andate a dare il like agli Out of the edge su Facebook e a vedere la loro attività. Se uno volesse il vostro EP come può fare?
“Sì, ci sono un po’ di novità in ballo che a breve, quando avremo l’occasione, sveleremo sui social: Facebook, Instagram, Youtube. Se uno volesse “Birth”, è disponibile sulle varie piattaforme online da Itunes, Amazon, tutti i vari store, si può ascoltare su Spotify eccetera, oppure ci contattate attraverso la nostra pagina Facebook e ve lo mandiamo in copia fisica, che fa solo piacere.”

I gruppi che piacciono vanno supportati, contattateli anche per farvi fare l’autografo sul CD. Domani uscirà il video di “Maybe”, andatelo a vedere.
“Sì, ci sarà il videoclip ufficiale su Youtube di questo singolo, tra l’altro per me è un video molto bello che ha girato la regista Camilla Borò di Milano, che ha fatto un gran lavoro, ha avuto delle belle idee. Mi sono fidato ciecamente e abbiamo fatto bene.”

Abbiamo capito che questo è solo l’inizio di un progetto che è in divenire.
“Sì, nella mia testa si sta evolvendo pure in strani modi. Ho già tante idee per le prossime uscite, secondo me anche qualcosa di nuovo, ma non so ancora se sarà fattibile e in che modalità, e quindi si vedrà. Diamo tempo al tempo per capire.”

Se tu sei qui per un corso di composizione di musica da film, domanda facile è: dove tenderanno le tue prossime composizioni? Non è così facile trovare un batterista che sa arrangiare.
“Sì, suono la chitarra da autodidatta, smanetto sulla tastiera, male, però mi aiuta per visualizzare un po’ meglio i pezzi. Arrangiare in effetti è un’altra cosa dal suonare la batteria. Tra l’altro in questi giorni romani potrò ascoltare un po’ di concerti interessanti, perché penso che una delle cose più importanti per comporre e vivere appieno l’ambiente musicale sia quello di ascoltare tanta musica, soprattutto diversa e varia. Io vario tantissimo, forse si sente nelle composizioni, ma ascolto veramente di tutto.”

Io penso che tutti i membri del gruppo portino le loro esperienze e influenze diverse.
“Sì, infatti anche ciascuno di noi viene da un ambito diverso della musica: c’è chi arriva dal Metal, chi dal Blues, dal Pop, dall’Hard rock. Ognuno ha la sua influenza ed è bellissimo anche per questo, che per quanto io componga più o meno tutto è bello lasciare a ciascuno il proprio spazio. È quello che cerco di fare, e il fatto che ognuno arrivi da un ambiente musicale differente aiuta di sicuro.”

A volte la forma EP può portare a fare un album completo poco dopo, a volte c’è anche chi fa uscire un singolo ogni tanto per raccoglierli in un CD.
“Infatti, c’è anche una band delle mie parti che fa così, di Milano, che ha registrato da Larsen al Reclab studios come noi. Sono i Marlon, sono molto bravi. Tra l’altro hanno appena fatto uscire un film in collaborazione col nostro cantante Tommaso Severgnini, che essendo un attore molto bravo ha recitato nel loro video.”

Salutiamoli, è bello che ci siano questi scambi tra gruppi, per unire le forze. Tornando al vostro lavoro, ti vedremo mai alla chitarra acustica in qualche disco?
“Ma guarda che qualcosa ho già registrato: due o tre particine facili, per non rischiare di fare o far fare brutte figure al gruppo [ride, ndr]. Qualcosa ho fatto in “Maybe” e “Birth”, ma non molto.”

Se tu hai una melodia in testa, da batterista come fai a tirarla fuori?
“Non è una domanda facile. Secondo me la cosa bella della composizione è che ognuno trova il suo metodo. Quello che sto facendo io è sperimentarne tanti per capire un po’ qual è quello che mi si addice di più. Provando tante cose diverse credo che vengano fuori soluzioni e idee diverse. Ci sono volte che inizio semplicemente con la chitarra in mano e vado avanti in qualche modo, ci sono canzoni in cui sono partito da un groove di batteria, ce ne sono altre che canticchiavo in macchina e me le sono registrate col cellulare. Insomma ho davvero tanti modi. Una cosa che è abbastanza comune, l’unica cosa che forse posso dire come linea guida di questo EP, è che il testo è arrivato sempre alla fine, a canzone finita. Non sempre ad arrangiamento concluso, ma almeno a struttura armonica e melodica definite. Dopodiché arriva il testo, perché mi viene più facile raccontare delle emozioni che già la canzone mi racconta, invece che deciderlo con il testo.”

Ognuno in definitiva ha il suo metodo. Ma “Birth” non è tutto ispirato alla tua nascita.
“No no, assolutamente, in realtà lo è solo il brano. Tutto l’album si chiama così per il motivo che dicevo prima, perché effettivamente è quello della nascita, ma gli altri brani parlano di tutt’altro. C’è “Maybe” che parla di questa ipoteticità del sentire, di un sentimento in relazione a qualcosa che si è fatto o che si sta facendo. La metafora è quella della guerra, di un soldato che parla, che racconta come sta e all’inizio quasi nega il motivo per cui è lì, cerca di rinnegarlo fino a quando arriva a una consapevolezza sua, ma anche quello vuole semplicemente essere un modo per parlare di qualcos’altro. C’è “Age of tomorrow” che parla del futuro, di un ipotetico futuro distopico, una cosa che va abbastanza di moda in questo periodo. “Never give up” vuole parlare ovviamente del non arrendersi, dell’andare sempre dritti verso l’obiettivo. “Jester’s laugh” racconta una storia medievale, usa la metafora medievale per parlare della paura, del terrore, e anche questo è un tema abbastanza ricorrente oggi.”

Jester allora è un nome casuale o riferito a qualcuno?
“No, a qualcuno di preciso no. È semplicemente il buffone di corte che ride, ed è questa risata un po’ isterica che forse mette paura, mette terrore. Me la sono molto immaginata così.”

Tipo le bamboline che ridono nei film del terrore. Ma per curiosità, voi avete due voci: maschile e femminile, e la femminile non fa parte del gruppo. Come si sceglie chi canta cosa?
“Esatto, è quella la risata [ride, ndr]. La voce femminile è un’ospite, la sua scelta arriva in base all’emozione che si vuole trasmettere. Ora generalizzo, ma personalmente, se devo scegliere, la voce femminile mi sa di dolce, di un’emozione tendenzialmente un po’ riflessiva forse, che può essere dolce e triste, perché no. Può far riflettere e riportare a qualche evento passato senza dire niente: questa è stata la scelta nel nostro brano “Birth”. Micaela, che è una grandissima cantante e la saluto, ha partecipato anche in altre occasioni. Quando abbiamo fatto la release dell’album, lei è stata con noi tutto il tempo a cantare insieme a Tommaso, ha fatto i cori o arrangiamenti vocali che ha pensato lei. Altre volte è venuta in radio a sostituire Tommaso che non poteva. Insomma quello che mi piace di questo progetto è che nulla è fisso e predefinito: ci si può interscambiare, cambiare le cose, uno non può e arriva un altro.”

Bisogna fare così, entrare nelle piccole realtà per diffondere il proprio messaggio il più possibile.
“Sì bisogna farsi vedere, sentire, quello è importante. Non necessariamente per emergere quel poco che si può, ma perché se la musica rimane lì allora non ha senso di esistere. Va portata in giro per essere ascoltata.”

Ricordiamo ancora Out of the Edge, il loro primo EP “Birth”. Date loro il like, sulle piattaforme digitali potete prendervi queste tracce. Un abbraccio e un ringraziamento per essere stato qui con noi. Ciao.
“Grazie a te, a voi di tutto, di questa piacevole chiacchierata e dell’ospitalità. È sempre bello e piacevole parlare e rispondere. Ciao, ciao.”

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>