Pasti in casa sempre più poveri, ma gli italiani non rinunciano al ristorante

tranci-pizza

Il rapporto Ristorazione 2016 della Fipe registra un aumento dei consumi alimentari fuori casa. Ma gli scontrini restano contenuti, e aumentano soprattutto i take away

Un piatto di pasta veloce, un’insalata, un trancio di pizza o un panino ordinato a domicilio. Tra le mura di casa mangiamo sempre più in fretta e spendiamo sempre meno. Ma non ci facciamo mancare i pasti fuori casa, dalla colazione all’aperitivo. Anche questi, il più delle volte, consumati velocemente, e a poco prezzo. Gli scontrini sono contenuti: 5 o 10 euro per il pranzo, fino a una media massima di poco più di 21 euro concessa per la cena del fine settimana.

In controtendenza rispetto al resto d’Europa, nel 2016 in Italia i consumi nei bar, al ristorante e in pizzeria sono cresciuti dell’1 per cento. Coprendo ormai il 35% del totale dei consumi alimentari delle famiglie italiane. Lo dicono i dati del Rapporto Ristorazione 2016 della Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe): mentre i consumi alimentari in casa sono calati di 18,4 miliardi negli ultimi otto anni, la ristorazione ha perso “solo” 344 milioni di euro. E ben 39 milioni di italiani dichiarano di aver consumato pasti fuori casa nel 2016. «Il vero fast food oggi è in casa», spiega Luciano Sbraga, direttore del centro studi Fipe. Si entra al supermercato la sera intorno alle 19/19.30 e si cucina qualcosa velocemente. O meglio ancora, si ordina cibo già pronto a domicilio. Ma «la voglia di convivialità tutta italiana spinge a consumare colazioni, pranzi, aperitivi e cene fuori casa». Con una spesa stimata per il 2016 di 78 miliardi.

Si risparmia tra le mura domestiche, con un calo a due cifre anche per gli acquisti di frutta e verdura (-11%). E si apre il portafoglio al di fuori. Anche se la spesa resta bassa. Per la colazione i quattro milioni di italiani che ogni giorno passano dal bar per un caffè, una spremuta o una brioche spendono in media 2,40 euro, meno del 2015. Per il pranzo durante la settimana lo scontrino si aggira tra i 5 e i 10 euro: panini, pizze, insalate consumate velocemente per lo più al bar. Solo nel fine settimana si sale a 16 euro, con 7,7 milioni di italiani che almeno due volte al mese nel week end pranzano al ristorante o in pizzeria. Per la cena invece la spesa media è di 21,20 euro. E sono 8,8 milioni gli italiani che almeno tre volte al mese di sera mangiano al ristorante o in trattoria. Ma solo uno su cento è disposto a pagare più di 50 euro per una cena. E sui 39 milioni di italiani che hanno consumato pasti fuori casa nel 2016, 17 milioni lo fanno solo due o tre volte al mese. I ristoranti sono pieni sì, come diceva qualcuno, ma si sta attenti ai prezzi.

Non a caso, nel settore crescono soprattutto i take away, facendo registrare un +35% nel 2016. «A scapito della qualità», commenta Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe. Rosticcerie, paninoteche, kebbabari, dove compri a prezzi più bassi e porti via. Per mangiare per strada, o magari a casa. Punti vendita che nell’ultimo anno sono aumentati del 41,6% solo nei centri storici delle città italiane, mentre i bar sono diminuiti del dieci per cento. Un modo per andare incontro al ridotto potere d’acquisto, ma anche «punti vendita che permettono a chi li apre investimenti più bassi, costi ridotti per il personale e tasse contenute, vista le piccole dimensioni», spiega Braga.

Eppure, nonostante il segno più, «il settore continua a mostrare una certa debolezza», spiega Stoppani. «In un Paese in cui c’è un alto tasso di disoccupazione, si tenta spesso di fare fortuna in questo comparto, ma a volte con un approccio al business superficiale». In cinque anni, secondo i dati Fipe, ogni cento attività aperte, 48 hanno abbassato per sempre la saracinesca.

 

di Lidia Baratta

fonte linkiesta.it

 

 

 

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