Paura e Disgusto al Concerto del Primo Maggio

Paura e disgusto al primo maggio

“Remember Rember the 5th of November”. L’inflazionatissima citazione del motto della “Congiura delle polveri” o come direbbero molti dei miei contemporanei “De Vu PeVVendetta”, fa capolino nella mia testa solo qualche mese dopo l’effettiva commemorazione per cui è stato concepito. Si insinua quando il grigio novembre è ormai un ricordo sbiadito, la Primavera è al suo culmine e sovrintende i preparativi per l’arrivo dell’Estate. In quel periodo a cavallo tra gli ultimissimi giorni d’Aprile e i primi di Maggio. Anzi, il Primo di Maggio. Oddio…Eccolo…sta arrivando: Er Concertone der Primo Maggio. Non ne ho mai colto l’appeal, del “Concertone”; anche nel mio periodo “zecca” che “casualmente” ha coinciso anche con il mio periodo di militanza politica (circoscrivibile al primo e secondo anno di Liceo), quando vestivo in modo improbabile con pantaloni fabbricati con canapa e yuta, indossavo la Kefiah e le magliette dell’ Esercito Zapatista (tanto da meritarmi tra i compagni di classe, il soprannome “EZLIN“), tutto abbigliamento che, ironia della sorte, acquistavo in quel bazaar romano noto come “Via Sannio” che dista un centinaio di metri dallo spazio in cui viene allestito il palco del “Primo Maggio”. L’unica mia presenza in quel particolare campionato, l’ho collezionata nel 2002, edizione in cui come ospiti stranieri della serata vennero scelti gli Oasis.

Ai tempi ero giovane e ingenuo e ad attrarmi non fu il libero utilizzo delle droghe leggere, passione che scoprii solo qualche anno più tardi con evidenti ripercussioni sulla paghetta settimanale, quanto l’amore incondizionato per il gruppo inglese. La scelta dei Gallagher ebbe l’effetto magnetico che evidentemente gli organizzatori speravano, anche se filosoficamente gli Oasis sono sempre stati quanto di più lontano esista dai princìpi su cui si regge il concerto. Nonostante la nascita operaia, in una delle città più operaie d’Inghilterra, Manchester, il viaggio musicale del gruppo è una lunga, interminabile fuga dalla povertà, dalla middle-class, dalle fumose ciminiere e dalle banali casette a schiera, per volare in alto verso l’Iperuranio della Gloria e della Fama. Ma torniamo a noi. Pur di vederli dal vivo, all’epoca pensai di essere pronto a sorbire qualche ora di ciò che consideravo il mio personalissimo Grande Satana: ovvero la musica indipendente Italiana. Beh, in poche altre occasioni nella mia vita commisi un così sesquipedale errore di valutazione. Le prime due ore non furono poi così terrificanti, anche grazie alla presenza di alcuni artisti più “mainstream” di cui conoscevo la maggior parte dei pezzi. “Se va avanti così alla fine ce la posso anche fare”, pensai. Non avevo fatto i conti con la scaletta. A stretto giro di posta infatti, sul palco salirono Bandabardò e Modena City Ramblers. Premetto le mie scuse ai lettori che sono anche fans di queste due storiche band, però mi dispiace “gnaa posso fà”. Quello che vidi durante le loro esibizioni mi lasciò basito e un sentimento di Paura e Disgusto (e Rabbia) si impossessò di me. Vidi gente barbuta e sudaticcia ballare cadenzando i passi su ritmi pseudo-balcanici, intonare in coro quegli “Ehi Ehi Ehi!” che tanto mi sanno di marcia sulla Piazza Rossa e tante altre brutte cose che ho preferito dimenticare. Mi sembrò di essere all’interno di un grande, spaventoso incubo con colonna sonora interamente firmata “Goran Bregovic”.

Da quel giorno in poi nacque in me la certezza che ci sono band e artisti che nascono per esibirsi solo in determinate occasioni. Ci sono quelli “da Sanremo” che ricicciano fuori dall’oblio con un pezzo tagliato su misura su un amore, possibilmente molto triste, da proporre alla platea incartapecorita del Festival; c’è Michael Bublè che da promettente crooner 2.0 si è trasformato nell’uomo delle compilation natalizie, quello degli special televisivi che tanto piacciono agli americani in cui tutto sembra girato all’interno di una palla di neve. E poi ci sono quelli “da concerto del Primo Maggio” e la Bandabardò e i Modena City Ramblers ne sono l’emblema assoluto (e infatti andate a vedere chi ci sarà anche quest’anno…). Ascoltare la loro musica mi provocò l’orticaria che attualmente provo quando parte “Me so ‘mbriacato” di Mannarino in qualsiasi tipo di luogo e occasione, che sia una sagra di paese (e ci starebbe) o in alcuni finali di alcune discutibili serate in discoteca (e ci sta meno) e tutti (non capirò mai il perché, cazzo!) sono pervasi da un incredibile entusiasmo e cominciano a ballare la pizzica manco fosse la notte finale del “Festival della Taranta”. Arrivato al termine di tale infinita tortura, finalmente scese la sera e la mia inadeguatezza in quel particolare angolo di Tempo e di Mondo venne nascosta dal manto nero della notte. Finalmente gli Oasis, finalmente la MIA musica. La mezz’ora che seguì, nonostante una sequela infinita di errori tecnici (che pensai “Non potevano capitare durante l’esibizione di Bandabardò/MCR?), ebbe l’effetto di una botta di Cocaina purissima tirata assieme ad una generosa sorsata di Red Bull; tutta la frustrazione per la tortura delle ore precedenti, si trasformò in carica elettrica. Fu un gran bel momento, uno di quelli che a 14 anni di distanza ricordo ancora chiaramente. Agli Oasis seguiva Zucchero e nonostante la stima per il grande artista, decisi di tornare verso casa. Sfatto, sfinito e in qualche misura cambiato. L’anno successivo la Kefiah, le magliette dai simboli anarchico-rivoluzionari e i pantaloni di canapa, diedero vità ad un bel falò e come l’Araba Fenice, dalle fiamme uscì un nuovo “Me”. Un “Me” che dichiarò guerra al “Concertone”, che giurò sollenemente che non si sarebbe mai più avvicinato a quelle lande in quel particolare giorno dell’anno. L’unica possibilità sarebbe una reunion degli Oasis proprio in quell’occasione. A quel punto nulla potrebbe scalfirmi, neanche la Bandabardò o i Modena City Ramblers.

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