Quel futuro proiettato nel passato…

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E’ impossibile ormai non parlarne. Anche senza averli ascoltati, il successo internazionale della giovanissima band americana dei Greta Van Fleet (80 anni in 4) sta facendo così discutere che se ne legge ovunque, quasi però che a far clamore sia più il loro “stile” che la loro musica.

Cover band o moderna rivisitazione dei tempi musicali che furono? Ispirazione o palese scopiazzatura? Eppure persino il buon Robert Plant si è scomodato ad esprimere il suo scherzoso “odio” verso il collega Josh Kiszka – frontman dei Greta Van Fleet – che secondo lui ha preso in prestito la voce da qualcuno che al maidomo cantautore, musicista e compositore britannico richiama alla memoria un personaggio di sua strettissima conoscenza.

In effetti, non si possono non ascoltare i Greta senza associarne le sonorità a quelle dei mitici Led Zeppelin e, quando li si guarda, persino movenze e look richiamano atmosfere vagamente woodstockiane, in una regressione spazio temporale di almeno 50 anni.

Ed invece siamo nel 2018, quando dopo un EP , i Greta Van Fleet finalmente pubblicano l’album di esordio dalla sconvolgente durata di…49 minuti!! Ma se non è la brevità a catturare l’attenzione, è la caccia alla “modernità” a farla da padrone, a quelle sonorità da millenials ormai assorbiti da hip hop, trap e rock da palcoscenico. Sarà forse proprio questo l’elemento sconvolgente? In un periodo in cui neanche il “vecchio” sembra riuscire più a dire la sua, dove persino le vecchie glorie ripropongono i sempreverdi greatest hits d’annata in tutti i formati possibili ed immaginabili…arrivano dei “giovani” che fanno la musica dei “vecchi”. E lo fanno con la tutta la sfrontatezza (e qui finalmente si vede la loro gioventù!!) di chi non ha paura di accostarsi al mito. Strategia di marketing anche questa? Chissà! In ogni caso – visti i risultati – la pensata pare esser giusta, ma viene da chiedersi…perché tanto rumore intorno a questa band?!

Ogni millenial, in fondo, ha la sua banda “da garage”, quasi tutti suonano uno strumento, cantano o coltivano innate doti artistiche, imbeccati dalla profusione di talent show che danno ad ognuno l’illusione che il momento di gloria possa essere dietro la loro porta (peccato che spesso quella stessa porta si chiuda ancora prima di aprirsi) e da buona parte di quei garage le note che ne escono sono della scuola degli eterni Pink Floyd, Ramones, Beatles, Kiss e via dicendo. Niente di nuovo, quindi, finché non esce l’ennesimo prodotto da mercato: i Maneskin!! Altra giovanissima band, questa volta tutta nostrana, con un frontman che scimmiotta l’arroganza di un Gene Simmons o un Axl Rose nonostante ne abbia meno della metà degli anni. Lo stesso vale per le canzoni che, con disarmante semplicità e commercialità, mescolano tendenze anni 60/70 non solo estere ma anche italiane (come si intuisce nell’ultimo singolo che appena uscito è stato già campione di incassi)!

Il panorama musicale attuale non brilla certo, ahimè, di grandi stelle. Le tendenze sono cambiate, gli scopi con esse. Ora non si scrive più per esprimere un sentimento interiore reale, uno stato d’animo personale, per raccontare una storia di vita da condividere; ora l’obiettivo è la visualizzazione, il follower, il palazzetto da riempire o la polemica sul social che catturi l’attenzione sul personaggio più che su quello che (forse) avrebbe da dire. Trap, hip – hop, pop, rock, tutto è uguale a tutto, figlio di una moda di un momento, così quando arrivano dei giovani fuori dal coro, più o meno bravi, che riportano a quando la musica era una esigenza, benché senza troppa personalizzazione ma con almeno un briciolo di qualità, scoppia la bomba. Che possa essere un primo piccolo input a ricercare nella musica la sua vecchia (ecco che di nuovo l’aggettivo ritorna preponderante) natura?

I giovani devono essere spinti a cercare una loro strada musicale ed una loro identità, una sonorità personale o un tratto distintivo che possa permettere di avere loro in futuro una band che li copi, ma se per fare successo devono affondare mani e voci in chi la storia l’ha fatta molti anni prima di loro, allora forse c’è da chiedersi in che musica stiamo vivendo e in che musica stanno vivendo le nuove generazioni.

 

 

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