Revolution 9

White Album", 1968

Revolution 9: la penultima traccia del secondo disco del “White Album” dei Beatles è una cacofonia istintiva e casuale o sperimentazione pura e semplice?

L’opinione più generale propende per la seconda definizione ed anche il “GURU DEI BEATLES” è d’accordo.

Registrata tra il 30 maggio e il 21 giugno, mixata dal 21 giugno al 26 agosto 1968, si può definire tranquillamente un pezzo d’arte concettuale che John Lennon e Yoko Ono (con qualche partecipazione di George Harrison e Ringo Starr) realizzarono ispirandosi ai fatti “rivoluzionari” del maggio parigino del 1968.
Pur firmata Lennon-McCartney, il brano, come ammise lo stesso Lennon, era anche una sua risposta ad alcune composizioni di McCartney (tipo Ob-La-Di, Ob-La-Da) che nell’album “The Beatles” (come tutto poi lo soprannominarono White Album) potevano, a suo dire, non essere incluse.

Otto minuti e ventidue secondi che rivelano tutta l’influenza sperimentale e l’avanguardia dalla ricerca musicale di Karlheinz Stockhausen, cosa che fece rabbia a Paul McCartney per non essere stato coinvolto.

Per la cronaca fu lo stesso Paul a cominciare nel 1967 a fare questo genere di sperimentazione con il brano Carnival of Light, registrato il 5 gennaio 1967 durante le registrazioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che durava 13′:48”, mai pubblicato ufficialmente e che ogni fan dei Beatles brama sentire o trovare in qualche bootleg pirata come un Santo Graal.

Tornado a Revolution 9, il brano si apre con dialogo tra George Martin e Alistair Taylor (Assistente personale di Brian Epstein, il manager dei Beatles che morì il 27 agosto 1967) e continua dopo battute pianistiche con la ripetizione di number nine, number nine, number nine….
I pastiches sonori che si susseguono per gli altri otto minuti (che includono alternanze tra fraseggi non sense scambiati tra John Lennon e George Harrison, rumori, grida e pezzi sinfonici) non portano a nulla, non c’è schema e nessun ritmo se non la costante del number nine, number nine, number nine…. che a tratti compare.

E’ una rivoluzione che non dice nulla alle masse ma dice molto per la tecnica; un non finito che pone le basi per la sperimentazione successiva dell’uso dei loop e delle immagini sonore da ascoltare solo in cuffia, che troveranno la loro naturale evoluzione e spunto nei viaggi allucinogeni che solo sostanze stupefacenti potevano dare. Un esempio tra tutti: Syd Barret che ne fu la vittima sacrificale ( i Pink Floyd pubblicheranno il loro secondo album proprio in quel periodo, il 28 giugno 1968, che registrarono proprio ad Abbey Road, dove c’erano i Beatles) …

I Fab four nel ’68 non erano più i “fantastici quattro” ma entità separate che cominciavano ad esplorare strade indipendenti. L’Album Bianco ne è la prova e Revolution 9, ne è la dimostrazione: anche se sembra un lavoro fuori luogo è pienamente coerente con l’estrema disomogeneità delle composizioni di questo grande album…che non finisce mai di meravigliarci ascoltandolo e riascoltandolo.

Alla fine della traccia si sente una voce femminile (Yoko?) che dice: “It was like being naked If you became naked.” E la semplicità coraggiosa della sperimentazione, come dicevamo all’inizio, che si palesa, in un immaginario onirico… nella sua nudità.
Se ti sei denudato della superficialità e provi a viaggiare con la mente sei nudo nel tuo viaggio… e puoi trovare ciò che vuoi. E’ il viaggio della fantasia, anzi è la Rivoluzione della fantasia alla terza potenza…

Tutti i significati che sono stati dati alla composizione sono vani. La Rivoluzione sta proprio nel non capire in questo caso ma solo ascoltare… e John ci aveva avvertito di come ascoltare i suoi lavori già nell’introduzione al brano di Revolver, Tomorrow Never Knows del 1966: Turn off your mind, relax and float down stream

E la traccia successiva ci riporta nella realtà augurandoci: Buona Notte.

Daniele Massimi

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