TV. MasterBluff

Masterbluff

 Più che Masterchef, verrebbe da chiamarlo MasterBluff. Ieri sera si è conclusa la quinta edizione italiana del cooking show più famoso e trasmesso al mondo. Da sempre, noi italiani ci vantiamo di come l’arte del cucinare e dello stare a tavola siano qualità che rendono il nostro paese unico al mondo, forse le eccellenze, insieme all’arte, che più ci contraddistinguono nell’intero globo. Tuttavia, quando poi questo messaggio viene riproposto alle masse tramite il mezzo televisivo, la realtà viene distorta da ciò che rende il nostro paese il peggiore del mondo. L’anno scorso, questo processo di “imbruttimento”, avvenne tramite la vittoria di Stefano Callegaro. Presentatosi come cuoco amatoriale, il “volpone” decise di omettere dalle proprie esperienze professionali la frequentazione della scuola alberghiera e la collaborazione con molti ristoranti veneti. Risultato? Come spesso accade nelle nostre dimesse istituzioni (anche la tv ne fa parte), il gaglioffo si portò a casa il titolo a spese del giovane e talentuosissimo (ma acerbo) Nicolò Prati. L’esito, inoltre, venne anticipato da Striscia la Notizia con una settimana di anticipo. Il pericolo spoiler, quando si segue un programma registrato mesi prima della messa in onda, è sempre dietro l’angolo. E infatti la “talpa” che evidentemente si cela nella produzione di Masterchef ha colpito ancora. A dare la notizia del nome del vincitore questa volta è stato il portale Dagospia, che una settimana prima della finalissima in un post firmato da Lady Coratella descriveva il podio dei vincitori: il macellaio Lorenzo sul gradino più basso, la perfettissima Alida medaglia d’argento, e ori ed allori ad Erica Liverani. Ovviamente, manco a dirlo, è andata così.

La storia della vincitrice di questa edizione di Masterchef è stata resa ben nota sin dal provino davanti ai giudici. Madre single, con il padre della bambina volatilizzato nel più proverbiale “esco un attimo a comprare le sigarette”, Erica rappresentava la classica storia di rinascita dalle ceneri, quei percorsi di vita pieni di ostacoli che si concludono con la sublimazione finale. Voi vi chiederete: cosa c’è di più bello? Nulla, se non fosse che più che un reality basato sulla vita personale (con ovvie concessioni, un programma televisivo necessita anche di questo), Masterchef dovrebbe essere una gara di cucina. Si dovrebbe parlare di julienne e spadellamenti, di cozze e caprioli, di salse e dessert. Bisognerebbe, per quanto difficile in una gara che risiede totalmente nella sensorialità, riuscire a rendere il sapore e l’odore di quello che si sta guardando. Più che una gara di cucina invece, questa edizione è risultata una lunga, estenunate seduta di terapia di gruppo. Quello che era il contorno degli anni precedenti, è diventato l’elemento principale e ogni cuoco, amatoriale o professionista, sa che questo è l’errore più grande che si possa commettere. Eppure le premesse per un’edizione di alto livello c’erano tutte.

Al trio delle meraviglie delle giurie televisive Barbieri-Cracco-Bastianich, si è aggiunto l’elemento estraneo che ha nome Antonino Cannavacciuolo. Noto al pubblico televisivo per il format “Cucine da incubo”, lo chef napoletano doveva portare quella ventata di freschezza e di popolare simpatia che lo ha reso una delle personalità italiane più amate nel mondo della cucina in televisione. Compito assolto alla perfezione dal cuoco partenopeo, distante anni luce dai modi più fighetti e chic dei tre colleghi, che in questa edizione hanno rappresentato il primo grande problema. “Squadra che vince non si cambia”, infatti, non è un assunto eterno ma una formula da applicare su un determinato periodo di tempo. E così, al quinto viaggio insieme, i tre giudici più amati/odiati/temuti d’Italia, si sono dimostrati tre compagnoni in gita premio (il promo di lancio del programma si è rivelato profetico): nessun mordente, neanche dall’allora perfido Bastianich, oggi più filosofo e psicologo che diavolo giudicante. Barbieri ha provato, con poca credibilità, a colmare quel vuoto ma l’emiliana simpatia ha avuto la meglio. Cracco è sembrato il fuoriclasse pronto ad appendere gli scarpini al chiodo, per utilizzare una metafora calcistica: già dallo scorso anno infatti, si parlava di un addio del cuoco veneto, pronto a salpare in solitaria verso altre produzione televisive; il suo addio potrebbe rappresentare un duro colpo per gli ascolti dello show. Il secondo ingranaggio mal funzionante sono stati i concorrenti. Il casting, che nelle passate edizioni aveva sfornato personaggi a ripetizione, questa volta ha tirato fuori storie banali, bidimensionali e molto poco interessanti (salvo rare e mal sfruttate eccezioni). La capacità di immedesimazione con i suoi protagonisti, è la regola base di un prodotto televisivo basato sulle cosidette “persone comuni”, effetto impercepibile in Masterchef 5.

Ma arriviamo alla tanto “spoilerata” finale. Il primo passo per i tre superstiti, era ripartire dal piatto con cui mesi prima avevano conquistato il tanto agognato grembiule bianco e riproporlo in versione “deluxe”. Il primo round, andato a Erica, è stato il colpo di mano con cui gli autori hanno indirizzato l’esito finale. Agli spettatori più attenti non sarà sfuggito il dettaglio della prova successiva. Nell’ “Invention Test” che avrebbe decretato i due finalisti, i piatti da replicare erano tutti di chef esclusivamente donne. “Sono spacciato”, avrà pensato il povero Lorenzo De Guio vedendosi mettere al muro da questo plotone in rosa. Il macellaio vicentino si è trovato all’interno di un meccanismo più grande di lui: secondo per gusto e creatività forse (ed è un grande forse) alla sola Alida Gotta, è stato il personaggio che maggiormente ha incarnato il senso di evoluzione all’interno della gara, crescendo esponenzialmente fino quasi a toccar le stelle. Ma a quel punto i giochi erano già fatti e così per buttarlo fuori, i giudici hanno dovuto trovare il pelo nell’uovo di un piatto con oltre 50 ingrendienti, replicato molto fedelmente nonostante i pochi suggerimenti. Tale fermezza non era stata apllicata nello stesso modo giudicando nelle puntate precedenti la futura vincitrice, per ben due volte salvata col “grembiule nero”, quando era ormai prossima all’uscita. In molti avevano intravisto un presagio di quello che sarebbe stato: il culo (questo è il caso di dirlo) ad un certo punto abbandona anche il più fortunato e solo l’intervento ben mirato di chi muove i fili può salvarlo dalla disfatta. Eliminato Lorenzo i giochi erano belli e fatti.

Nella finalissima, oltre che due donne, si sono contrapposti due stili di vita. Da una parte quello “glamour” di Alida, con tanto di ragazzo impomatato, mocassinato e senza calzini (sobh!) e con voce e parlata alla Berlusconi, ingessato come la moglie di Lot dopo la folgore divina. Dall’altra quello più rustico e bucolico di Erica, sostenuta dai due genitori (unica, vera sferzata di verità della finale). La vincitrice, a quel punto, non ha dovuto far altro che aspettare che l’avversaria si facesse fuori da sola. La giovane Alida, che ha vissuto l’intera competizione come una missione di vita, ha provato a mirare al sole cercando l’effetto sorpresa. I suoi piatti, concettualmente molto affascinanti, si sono scontrati con il muro dei limiti di una giovane 25enne, dotata senza dubbio “del dono” ma ancora incapace di domarlo alla perfezione. Dall’altro la più esperta madre di famiglia, ha puntato su una cucina dal sapore più tradizionale, pescando molto dalla materia prima della sua terra (la Romagna) e aggiudicandosi così l’endorsment (piuttosto esplicito) di Cannavacciuolo, che sul rapporto, indissolubile, con le origini ha incentrato la sua intera filosofia culinaria. La storia probabilmente ci dirà che Alida potrà diventare una grande chef ed Erica una grande cuoca. A uno show, che comuque anche in questa edizione non ha conosciuto flessioni negli ascolti (superando numerosi canali della tv generalista), due consigli: rinnovarsi prima che la stanchezza prenda il sopravvento e puntare a meccanismi più audaci. Perchè per fare un grande piatto, l’audacia è un ingrediente fondamentale.

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