Fughe senza ritorni

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È un libro in cui passa la storia, questo. Quella della Germania nazista e quella della guerriglia latinoamericana. Quella della vendicativa Amburgo, della rigida Baviera, della confusionaria La Paz, della città introvabile di Paitití.
È anche un libro attraversato da tante piccole storie che sembrano diventare tutt’uno con la storia del mondo. Hasbún le accenna, le fa raccontare da voci diverse senza mai dire a chi appartengono, lasciandolo intuire e rendendole riconoscibili pagina dopo pagina, le tratteggia in modo così leggero da far dubitare di averle sentite davvero.
Hans Ertl era un esploratore e cineasta bavarese, costretto a lasciare il proprio paese e a trasferirsi in Bolivia per gli ambigui legami intrattenuti col nazismo, alla cui propaganda contribuì – pur senza aderirvi ufficialmente – a causa dell’attività di cameraman della regista Leni Riefenstahl.
Alla prima fuga degli Ertl a La Paz ne seguono altre senza smettere mai. Ogni membro della famiglia sembra contagiato e impossibilitato a fermarsi in un posto solo o a stare solo con se stesso, destinato a non trovare mai una meta. Hans scappa alla ricerca di una città perduta, fa ritorno, scappa ancora verso un altro amore e un’altra casa. La moglie Aurelia – una figura che a leggerla sembra di vederla tremare, forse perché si rende conto di essere più felice quando dorme – scappa dall’infelicità e della solitudine verso la malattia.
Ognuna delle figlie di Ertl cresce e cammina da sola. Verso il primo amore, tanti bambini, l’illusione di una vita normale, Heidi. Indecisa tra un paese e l’altro, tra sospendere i rapporti e mantenere gli affetti, sempre in compagnia di una sigaretta accesa tra le dita, Triki.
E poi c’è Monika. La figlia preferita di Hans. Quella che si sposa senza un perché. Quella che causa tanto dolore e amore non corrisposto. Che sa amare ma non sa distinguere se quel padre lo ama o lo odia. Che capisce bene da che parte stare e che poi si innamora di un guerrigliero e poi vendica il Che.
Nel 1971 Monika Ertl si presentò al consolato boliviano di Amburgo come una semplice turista australiana per incontrare il console colonnello Roberto Quintanilla Pereira e, semplicemente, ucciderlo. Con tre colpi di Colt Monika vendica la morte di Che Guevara e l’oltraggio delle mani amputate, in pochi secondi mescola il dolore alla giustizia, afferma il credo dell’ELN e si autocondanna a sua volte a morire.
Di tutto questo racconta Hasbún, sapientemente in poche pagine che potrebbero essere mille e non ancora abbastanza per raccontare gli incroci di vite vere e incredibili e i sentimenti di una famiglia intera.
“E’ stato recensito come romanzo storico, ma in realtà è un romanzo molto intimo: è la storia di una famiglia”, così lo definisce l’autore, boliviano di origine palestinese, nella conversazione con Ilide Carmignani durante “Encuentro”, la Festa delle letterature in lingua spagnola tenutasi a Perugia.
Per documentarsi ha visto tutti i film e i documentari girati da Hans e ha letto i diari di Monika, ma quello che gli stava a cuore raccontare era la storia intima di un confronto generazionale e di uno scontro di affetti, il desiderio di vendicare il Che e le sigarette condivise da una dodicenne con sua madre nella solitudine del giorno di Natale, allo stesso modo, con la stessa importanza.
Un romanzo di andate senza ritorni e di domande senza risposte. Di fosse scavate in giardino senza sapere quali corpi ospiteranno.

“Andarsene” di Rodrigo Hasbún (trad. Giulia Zavagna), ed. SUR, 120 pagine.

 

 

Articolo: Francesca Ceci
Foto: Christian B. Bouah

Francesca Ceci

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Avvocato

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