Il potere della tradizione nell’era 2.0.

Scrivere di Sanremo a distanza di 15 giorni è un po’ come sparare sulla croce rossa: si sa, “Sanremo è Sanremo”, la celebre frase che accompagna ogni anno il festival, è forse l’unico sempiterno riff della settimana musicale più nazional-popolare dell’anno. Perché è vero: piaccia o non piaccia, si condivida o no, anche chi quelle sere preferisce una full immersion di telefilm su Netflix sa cosa è successo sul palco dell’Ariston.

Il carrozzone sanremese è un evento che travolge tutto e tutti: stampa, tv, social, radio, “amici del baretto”…tutto sa di Festival di Sanremo, nonostante sia da sempre lo stereotipo del bel canto all’italiana, delle canzoni che fanno sentire i nostri italiani all’estero un po’ meno lontani e che cantano di sentimenti struggenti con corde vocali lacerate in acuti spaccavetri ed inarrivabili gorgheggi. E’ il glamour, la moda, le acconciature, il gossip…insomma: spettacolo e polverone mediatico.

Inutile negare, però, che i vari cambiamenti di approccio al festival e i conseguenti dibattiti siano rappresentativi dei diversi cambiamenti socio-culturali del paese, quasi un fenomeno da studiare: siamo passati dalla comodità del playback all’importanza della performance dal vivo, dallo scandalo per le spalle date al pubblico sul palco all’indecorosa leggerezza di alcune canzoni, dall’attesa febbrile davanti alla tv per non perdere neanche un minuto della presentazione di Pippo Baudo, col dito pronto sul tasto REC del videoregistratore per catturare la canzone preferita, allo snobbismo per una manifestazione ormai vecchia e datata, dall’attesa per Sanremo Giovani che avrebbe eletto i nuovi orgogli del cantautorato italiano alle esibizioni dei figli dei talent spesso sconosciuti agli over 18. Poi le canzoni di satira, denuncia e politica con tanto di parolaccia libera, l’approdo del rock, del rap…e chi più ne ha più ne metta.

Ci sarebbe veramente tanto da dire e commentare perché, come detto all’inizio, nessuno riesce a non strizzare l’occhio almeno un attimo al fattore sanremo, che sia giovane o meno giovane, ognuno a modo suo. E proprio su questo aspetto scatta il Sanremo 2.0: il modo in cui lo si guarda ora!

Sanremo si fa sempre più social: fisico o multimediale. Se già dalla prima serata il vostro telefono non si fa bollente, c’è da preoccuparsi: gruppi Facebook chiusi, creati addirittura su invito, dove si arriva a litigare per un’opinione su un cantante o su una canzone a suon di link e gif; interminabili chat su Whatsapp che mandano in tilt il cellulare con notifiche infinite – bastano 15 minuti di distrazione per ritrovare oltre 200 messaggi da leggere – dove è necessario un moderatore per riportare la pace tra i partecipanti, neanche fosse una partita a UNO. E non sottovalutiamo il potere della FINALE, in grado di far tornare indietro nel tempo, a quando ci si riuniva davanti all’unico televisore del palazzo per assistere alla proclamazione del vincitore: adesso l’evoluzione è “quindi a casa di chi?”, “quanti siamo che preparo le schede per la votazione?”. Ed è subito divano, amici, dolby surround e palette per il voto pronte (o alternativi mezzi di fortuna), con l’immancabile esperto musicale che sciorina tutta la sua cultura, l’amico che non si perde un talent e tifa per ogni ex concorrente, la gossippara che da tutte le ultime sul cantante di turno, l’alternativo che schifa il festival ma promuove solo gli (pseudo)indie…insomma il catalogo al completo e se per caso qualcuno è rimasto fuori dalla lista e non può partecipare in carne ed ossa, nessun problema: la combo casa con gli amici e chat con quelli lontani risolve ogni distanza. Perché Sanremo è Sanremo, no?

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