Reese, Black Russian. Un esordio da bersi d’un fiato

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I risultati di un lungo lavoro si sentono, eccome.

Cosa hanno a che fare cinque ragazzi con il black Russian, famoso cocktail a base di vodka inventato a Bruxelles nel 1949? La risposta non sta in un bicchiere, bensì tra le righe di uno spartito. “Black Russian” è infatti il nome del primo album dei Reese, tredici pezzi usciti per la Sorry Mom. Anzi, per la verità ancora da uscire: il release party è previsto tra qualche giorno, venerdì 27 ottobre. Questa che abbiamo in mano è quindi una vera anteprima!

Il biglietto da visita della band è solido e chiaro: grinta, energia, impegno e bravura. Non ci vuole molto per “andare a bersi” il CD dei giovani vicentini, al secolo Carlo Sturati a voce e chitarra, Ettore Duliman alle tastiere, Enrico Gregori alla batteria, Tomaso Ziglio alla chitarra solista e Matteo Castegnaro al basso. È un’opera pazientemente costruita, come ci racconta Carlo ai nostri microfoni: “abbiamo fatto un EP, dei demo, abbiamo suonato sempre a giro e aspettato il momento propizio per fare un LP, che è prova importante per la band”.
Difatti lil lavoro del gruppo è stato accurato: sono canzoni con una propria identità, pochi fronzoli, energia diretta sparata ad alto volume, poche concessioni al relax, nessuna alla stanchezza.

Il CD si apre con il singolo “Scarecrow Soldiers”, che parte piano ma subito si trasforma, e aldilà della rabbia, dei cori e dei solidi riff di Tomaso ha un significato ben preciso. Racconta Carlo: “letteralmente “soldati spaventapasseri”, sono l’impersonificazione delle nostre paure in una società che ci porta a essere in competizione anche quanto non ce n’è bisogno”.
Hanno le idee chiare e lo dimostrano subito dopo in “Perfect Waiting”, dove affermano: “l’aspettare perfetto non esiste, devi prenderti i tuoi rischi”. Testi con un significato, interiore, sociale, qualcosa di critico su cui riflettere.
Anche “Riptide”, “The Soul Dress”, “Warm Nest”, “View From the Tree” hanno qualcosa da dire, nello stile che caratterizza tutto il loro lavoro e li rende riconoscibili: Rock indipendente, corposo, dove si va oltre la voglia di gridare proponendo sempre qualcosa di nuovo, di diverso e attuale. Il richiamo è agli anni ’70, ma la forma è contestualizzata alla fine di questi anni ’10.

C’è spazio anche per i toni più rilassati, come in “Summer Dreams” dei sogni di una ragazza, dove Carlo gioca anche con il falsetto e l’organo di Ettore chiude, oppure in “Gravity Wave” dove aldilà del titolo da astrofisici si nascondono ancora i sentimenti.
A un certo punto, prima della title track, ci sorprende la intensa “Perspectives”, aperta dalla doppia cassa di Enrico, sempre solido con Matteo al fianco, con una finta chiusura e una ripresa in contro tempo quasi Prog, arricchita dal piano di Ettore.

Black Russian” ci parla di un problema non da poco: “ne bevo solo un altro, per sentirmi vivo fuori ma mi sento morto dentro”, “ti prego amico mio vieni a salvarmi” da una forte emozione, da un dolore dentro che non se ne vuole andare, come invece se ne va via dal bar la causa di tutto questo.
L’album si chiude con “Still”, una vera e propria ballata molto lenta, quasi a voler sottolineare l’immobilità della situazione.

Una curiosità, per chi volesse sapere cosa significa il loro nome Reese, ecco ancora Carlo: “eravamo in un pub, stavamo decidendo il nome per la band, tra una birra e l’altra è stato proposto RSE, che è un’applicazione che usavamo per scrivere la musica. Abbiamo prima riso, poi non so in che modo è venuto fuori “Reese”, che ha un bel suono semplice e universale, e così è rimasto”.
Così sono loro: senza troppi compromessi o giri di parole, un cocktail di Rock giovane, dinamico, vario, indirizzato dalla voce alla carta vetrata di Carlo e dagli assoli di Tomaso, uniti alla grinta di tutto il resto dei loro compagni di gruppo.
Se vi stavate chiedendo se è valsa la pena aspettare per l’uscita del primo disco dei Reese, pensiamo che qui ci siano abbastanza elementi per essere convinti della risposta: decisamente sì.

Voto: 8/10

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