Storie dell’altra America

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Nove scrittori italiani che raccontano a modo loro nove scrittori sudamericani.

“Racconti di affinità e amore per fantasmi concretissimi”, così Alessandro Raveggi – curatore dell’antologia e autore del racconto dedicato a José Emilio Pacheco – introduce l’antologia fatta di parole che esprimono esattamente questo: l’amore e la passione, forse anche il debito, per giganti sudamericani tra i quali non si trovano, come ci si potrebbe attendere, i classici Cortázar, Vargas Llosa e Garcia Marquez.
I racconti sono ispirati ad Adolfo Bioy Casares, Jorge Luis Borges, il già citato Pacheco, Manuel Puig, Osvaldo Soriano, Reinaldo Arenas, Roberto Arlt, Silvina Ocampo e Vinícius de Moraes.
Sono un omaggio alle loro storie, in grado di trasportare fino al punto più a sud del mondo, nell’altra America di cui leggendo sembra di vedere i colori e i dolori, di sentir parlare spagnolo o portoghese, di conoscerla già. Autori di un mondo complesso e sconfinato che la raccolta ha il merito di far conoscere o di richiamare alla memoria e il pregio di far ritrovare sorridendo.
Come nel racconto di Fabio Stassi, omaggio a Vinícius de Moraes, in cui si rincontrano con gioia i mille personaggi di Jorge Amado. Non si può non sorridere imbattendosi nell’irresistibile Vadinho, nel godersi le parole del saggio Pedro Arcanjo e la bellezza danzante di Gabriela. Scoprire che Jesuino Gallo Pazzo è allora ancora vivo. È come rincontrare dei vecchi amici a cui si era detto tacitamente addio, scoprire che invece sono sempre lì a Bahia ad aspettare per portarti in giro, generosi, tra spiagge bianche, scuole di circo, erte salite e sorsi di Cachaça. È come tornare in una casa che non è la tua riconoscendola come se lo fosse.
Lo stesso senso di nostalgia, però più triste, lo offre la stanza di New York in cui si è lasciato morire Reinaldo Arenas, esule da cuba, indesiderato sulla sua isola e poi inquieto sull’altra isola americana a cui era riuscito ad approdare. Alessio Arena ci fa guardare la luna dalla stessa finestra da cui l’ha guardata il poeta, stanco e malato, supplicante di poter avere solo altri tre anni di vita per finire di scrivere i libri che aveva in mente. Da quella finestra ora guardano la notte una donna ubriaca e devota alle sante cubane e suo figlio Celestino, nato anche grazie a Rey e a bestemmie che attirano l’attenzione dei santi.
La malinconia e forse il rimpianto accompagnano la storia del grande amore di Manuel Puig, raccontata da Paolo Piccirillo. Una dichiarazione d’amore che dura una vita fatta da un uomo in punto di morte, inconsapevolmente e finalmente, ad un altro uomo ormai anziano, lontano dal primo come è stato per tutta la vita. Una serie di date e di immagini e di parole viste con gli occhi di Puig che hanno registrato per tutta la vita passata lo stesso sentimento, città, amanti, pugni carezze, dovunque e costantemente, nonostante chiunque abbia incontrato.
Ci sono poi incroci di biblioteche vere e immaginarie (Vanni Santoni), un randagio messicano che accompagna un giovane italiano in giro per il Distrito Federal (Alessandro Raveggi), scrittori che passeggiano con gatti che portano quasi il loro nome (Igiaba Scego), un altro scrittore che compare e scompare tra le piazze di Buenos Aires (Matteo Nucci), notti di insonnia che portano ad incontri col passato (Laura Pariani) e ricordi, scritti e strappati, di sparizioni, tracce perdute di un passato che non è facile distinguere a chi appartiene (Laura Pugno).

“Panamericana” – AA.VV., a cura di Alessandro Raveggi, ed. La Nuova Frontiera, 160 pagine.

 

Di Francesca Ceci

 

 

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