Banco del mutuo soccorso, Io sono nato libero legacy. Album vecchio, contenuti nuovi

banco

Non c’è bisogno di molte parole per presentare il Banco del mutuo soccorso, storica band Progressive italiana, che non ha mai smesso l’attività dagli esordi ad oggi. Sarebbe anche difficile trovarle, quelle adatte per Nocenzi e compagni. Lasciamo che sia lui a parlare della loro ultima uscita discografica.

Siamo in diretta con Vittorio Nocenzi del Banco del mutuo soccorso.
“Ciao, un abbraccio a tutti e un saluto a tutti i vostri radioascoltatori.”

Siamo veramente felici del ritorno alla grande sulle scene del Banco. Questo ritorno nasconde delle belle sorprese di cui abbiamo sentito la prima adesso, “La libertà difficile”.
“Bene, è un brano inedito questo a cui sono profondamente legato per due aspetti: il primo è il contenuto del testo. il secondo il fatto che l’ho scritto a quattro mani con mio figlio più piccolo Michelangelo, nel quale ho scoperto un mio alter ego musicale incredibile. Sarà il legame del DNA ma la musica che scrive la sento così mia, che mi porta subito a proporre ampliamenti, ulteriori elementi da scrivere. Insomma mi ha regalato di nuovo la gioia di scrivere musica, e questo è per me fondamentale.
Il contenuto del testo è uno dei bandoli della matassa grazie ai quali sono riuscito a rivisitare questo nostro album concept del 1973, un’opera alla quale tutti noi eravamo profondamente legati, quindi ci voleva una lunga riflessione. Una cosa che mi viene urgente da dire è che dopo aver curato la legacy del salvadanaio [“Banco del mutuo soccorso”, ndr] e di “Darwin” mancava “Io sono nato libero” ma proprio per questo sembrava una cosa troppo scontata, e in un momento particolare come quello che sta attraversando oggi la band con la scomparsa di Francesco Di Giacomo e di Rodolfo Maltese, insomma, non mi piaceva molto come nuovo debutto, faceva pensare ai più malevoli che il Banco non avesse altre cose da dire, se non quella di riprendere i suoi classici del passato. Insomma ci ho dovuto impiegare parecchio tempo prima di accettare questa proposta della Sony, finché non ho capito quello che dovevo fare: non piegarsi alla logica industriale che va tanto di moda, “paghi due e compri tre”, no. Il contenuto è così importante e così urgente da far ricircolare di nuovo anche oggi, che andava onorato con la coerenza.
Parlare di libertà nel momento in cui c’è il trionfo del globalismo miope che uccide il miracolo della irripetibilità dell’individuo, che non possiamo essere tutti uguali e pensare tutti allo stesso modo, perché la bellezza della vita sono proprio le idee diverse, e in questa diversità ci sono opportunità incredibili per scoprire nuovi punti di vista, per stupirci, emozionarci. Che banale andare in giro e guardare tutti che somigliano a te stesso, una noia mortale, già non ti sopporti da solo, in più vedi repliche. Non va bene.
Quindi la prima cosa che dovevo fare, ricordandomi dell’esperienza nel curare la riedizione dei salvadanaio e di “Darwin”, è capire che non sono io l’unico autore di questa musica. Ne ho scritto le parole con Francesco, ma ho tantissimi coautori, migliaia di persone che lo hanno amato, scelto come punto di riferimento per i propri percorsi di vita, insomma non devi dimenticare che con opere come “Io sono nato libero” chi l’ha condivise profondamente è diventato coautore con te, le ha riscritte nel proprio quotidiano, e allora questo ti spinge a cercare in che modo poterla ampliare, ma non modificare nella sostanza. Quindi m’è venuto in mente la cosa più semplice: di quale libertà a 21 anni non avevo parlato e invece oggi a 66 mi sembra urgente toccare da vicino? Ecco questa è stata la chiave di volta di tutto il lavoro, ci voleva la coerenza della credibilità, che dà senso al tuo lavoro: che senso ha. Che senso ha scrivere di Prog quando va di moda l’usa e getta della globalizzazione, fare ripescaggio vintage non mi interessa. Mi interessa ampliarne i contenuti perché il concetto di legacy è proprio questo: testimonianza, eredità, non è “paghi due e compri tre”.”

Ci hai fatto un grande regalo con queste aggiunte.
“Una libertà di cui non avevamo parlato allora è quella di cui oggi c’è più bisogno in assoluto: la libertà basata sulla conoscenza. È fondamentale in questa epoca in cui ignoranti e presuntuosi salgono in cattedra e fanno i maestri di pensiero, ci suggeriscono sul web selvaggio idee, riferimenti, giudizi. Io penso che abbiamo tutti una sola autodifesa seria: potenziare la nostra personale conoscenza, sulla quale possiamo fare le nostre scelte. È l’unica vera libertà possibile oggi più che mai. Qui mi ha dato coraggio nel rivedere tutta l’opera l’attualità, la contemporaneità, e allora anche musicalmente dovevamo scegliere percorsi d’innovazione, perché in fondo Rock progressive questo significava quando è nato: non potersi accontentare di fare il verso a sé stessi. Cadere nel proprio cliché del Rock progressive è la morte, la contraddizione più grossolana. Non basta fare un tempo dispari e scegliere un argomento astruso per dire “ho fatto Rock progressive”. Che vuol dire, niente. Una cosa del genere è assurda.
E allora bisogna riscoprire il perché abbiamo i tempi dispari e non il quattro quarti familiare. Il quattro quarti ti fa sentire comodo, a casa con le pantofole, il camino acceso, però poi ti mancano gli slanci dei tempi dispari, gli imprevisti, gli inciampi, le difficoltà, che danno poi più valore alle sorprese quando ti tiri in piedi e riprendi il cammino. Insomma era necessario rimettere in modo un po’ di disparità.”

E voi ce ne darete ancora parecchi di tempi dispari, vero?
“Assolutamente sì. Per esempio rivisitare composizioni come “Canto nomade per un prigioniero politico” del 1973 e scoprire che c’è di nuoco bisogno di parlare di questo dopo 45 anni. Non è facile, è anche un passo profondamente doloroso. Abbiamo continuato con guerre, guerre e massacri, continuamente, e per parlare di libertà oggi nel 2017 non si può non partire parlando della imprescindibilità della pace. Quando scrivemmo questo album nel 1973, in quell’anno successe un fatto di politica internazionale che colpì molti milioni di giovani in tutto il mondo. Un presidente di uno stato libero e liberamente eletto era stato assassinato con un colpo di stato. Parlo di Salvador Allende, presidente del Cile, padre di Isabella Allende. Questa cosa turbò e scosse la coscienza civile di tutto l’occidente e io, Francesco e gli altri del Banco decidemmo di scrivere “Io sono nato libero” come necessità di ribadire certi valori civili. Parlare oggi di queste cose non né archeologia sociale, significa affermare gli stessi valori, di civiltà, di accoglienza delle diversità come grandi nuove opportunità e non come pericoli. E allora ecco che noi abbiamo cantato per Allende “Canto nomade per un prigioniero politico”, sarebbe stato come dire “je suis Allende” detto nel linguaggio attuale, e quindi che altro titolo dovevamo cercare per la rivisitazione di Canto nomade: “Je suis”. Perché purtroppo dopo “je suis Allende” avremmo dovuti cantare “je suis Sarajevo”, “je suis Belgrado”, “je suis Budapest” nel 1956, “je suis Praga” nel 1968, “je suis piazza Tienammen”, troppi je suis fino ad arrivare all’Iraq, all’Iran, ai morti affogati nel Mediterraneo di questi tempi. Troppi je suis, e allora bisogna ridire con forza che la libertà e la pace sono imprescindibili per guardare al futuro, altrimenti non c’è futuro.”

Forse anche sulla scia di questa onda emozionale, il Banco ha voluto rimettersi in pista in prima persona con te capofila come 45 anni fa.
“Ormai sono come l’ultimo dei Moicani, mi tocca il copricapo da Sakem. Non mi pesa più di tanto, l’ho sempre fatto. L’importante è farlo sempre ad occhi aperti, con umiltà ma anche con idee chiare, con la voglia di comunicare certi valori, come la libertà e la pace. Non è come parlare di pizza e fichi o di che si fa stasera, e quindi bisogna anche con la musica trasformare queste idee in emozioni forti. Quindi ti trovi là dentro le chitarre muscolose di Filippo Marcheggiani, di Nicola Di Già, chitarristi dell’attuale formazione del Banco, ma ti trovi anche i mandolini inseme con il Fender e la batteria e i loop elettronici, e questi mandolini diventano struggenti nel rifacimento di Canto nomade che ho chiamato “Je suis”, che ti toccano nell’intimità con un suono arcaico e ti predispongono alla malinconia che non puoi non provare facendo i ragionamenti che stiamo facendo. E allora quando arriva il cantato di “Je suislibre, per sottolineare di quanti je suis avremmo dovuto cantare, troppi fino a oggi, allora ecco che quel mandolino diventa una preghiera, un fiore, poetico. Questo mi piace sottolinearlo perché il Progressive è tutto questo, non è fare il verso a sé stessi, bisogna trovare nuove soluzioni sonore per sottolineare questi contenuti, e allora mi piace dire che sono particolarmente soddisfatto di questo lavoro, perché mettere insieme la chitarra elettrica con il mandolino con un recupero di un testo profondo a livello di significati sociali che non sono poetici, è questo il Progressive, diventa coerente, diventa attuale allo stesso tempo, un vecchi fil rouge che viene dal passato ma rientra nella contemporaneità.”

E questo è “Io sono nato libero legacy”. Dopo aver salutato per primi Rodolfo e Francesco, vogliamo citare gli altri che ti stanno accompagnando in questo viaggio?
“Non dimentichiamo Rodolfo Maltese che è stata un’altra colonna del Banco, il chitarrista storico della formazione, grande musicista, grande uomo. Sennò andiamo a celebrare sempre soltanto chi fa gol, il frontman, ma ci sono i registi, le mezzali, i centrocampisti, che fanno parte fondamentale della squadra se vince lo scudetto.
Con grandissimo piacere saluto Filippo Marcheggiani, che è uno dei due chitarristi con l’altro Nicola Di Già, il cantante Tony D’Alessio, il bassista Marco Capozi, il batterista Fabio Moresco. Il Banco è una bella formazione dal vivo, picchia duro e non fa prigionieri, soprattutto c’ha un cuore che batte, che prosegue a voler fare musica, con contenuti, con chiarezza. e poi ci sono le nuove generazioni con Michelangelo Nocenzi, che prendono il loro cuore con l’innocenza della gioventù e lo mettono a disposizione dei vecchi corsari come il sottoscritto, per scrivere anche pagine speriamo ispirate come quelle che stiamo riusciti a dare alla stampa con questo lavoro, “La libertà difficile”.”

Ma tu sei ancora un ragazzino, noi non vediamo l’ora di riscoprire le nuove emozioni che il Banco ci saprà dare sia dal vivo sia in studio con questi nuovi album, con “Io sono nato libero legacy” con 30 minuti in più di contenuti.
“È stato un piacere, un abbraccio a voi in studio e a tutti i radioascoltatori!”

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>