Arturo Stalteri, Low and Loud. Piano e forte al pianoforte

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Ci sono artisti, venuti dagli anni d’oro del Progressive italiano, che non hanno mai smesso di suonare e anzi hanno trovato la loro strada differente e di successo, in un genere affascinante come il Crossover che conta pochi esponenti all’attivo. Sarà perché bisogna essere davvero molto bravi e ispirati? Cerchiamo di capirlo con l’amico Arturo Stalteri, uno di loro, dalla straordinaria cultura musicale.

C’è qui con me Arturo Stalteri. Stiamo sentendo le tue canzoni al pianoforte. Un grande album questo “Low and Loud”, convincente, presentato nelle varie Feltrinelli in Italia.
“Buonasera a tutti, ben ritrovati. Sì il lavoro è uscito il 19 gennaio, freschissimo di stampa. Dopo Roma andrò a Milano, Torino, Brindisi, Genova. La presentazione è abbastanza pressante e impegnativa, come è giusto che sia.”

Andare a dare il like alle sue due pagine Facebook: la personale e quella del suo fan club, dove potrete vedere tutte le volte che il maestro sarà a giro. Tu sei un grande professionista della musica da circa 40 anni. Se avete in mente la canzone di Rino Gaetano “Ma il cielo è sempre più blu”, Arturo è quello che lì suona il pianoforte. Hai fatto veramente grandi collaborazioni, anche con Battiato.
“E lì già era il ’76, quindi questo fa capire quanti anni siano passati, ero adolescente.”

Ma il nostro scopo adesso è presentare il tuo “Low and loud” che può avere diverse traduzioni.
“Sì vero, io volevo chiamarlo piano forte perché è un omaggio al pianoforte, però in italiano non mi entusiasmava, ed esiste anche un disco di Suzanne Ciani che si chiama così. Mi sono detto “come sarebbe in inglese? Sarebbe soft and loud,” ma non mi suonava bene, invece “Low and loud” mi suona meglio. Low è più il termine basso come suono, come frequenza, ma è più bello e mi fa pensare a un disco di David Bowie degli anni ’70 che io adoro che si chiama appunto “Low”. Quindi mi sono preso questa licenza poetica, anche perché il disco sfrutta un po’ queste frequenze sommerse che abbiamo trattato, che abbiamo tirato fuori in post produzione. È un gioco di parole, una firma di libertà, non la traduzione letterale.”

Sotto siamo passati ad ascoltare “Tristes vagues”.
“Sì “Tristes vagues” è un pezzo che amo tantissimo. L’ho chiamato così in francese, volevo chiamarlo onde malinconiche però in francese non mi suonava bene, allora ho detto “Tristes vagues” anche se non penso che le onde siano tristi. Però il mare per me è triste d’estate, quando è invaso da una selva di bagnanti insopportabili, ma l’inverno diventa più bello, quindi è più pensato per un mare invernale.”

Abbiamo detto che sono dodici canzoni: otto tue e quattro cover.
“Quattro, ma in effetti una è più una rivisitazione molto mia di un pezzo di Bach, le altre sono delle cover, dei pezzi che ho rispettato almeno nell’incedere melodico ma poi li ho fatti un po’ miei. Parlo dei Rolling stones, di Rino Gaetano, di Pachelbel che è stato un grande artista della fine del seicento. Non Bach ovviamente che è stato il più grande di tutti e lo è tuttora, secondo me.”

Hai anche rifatto “Lady Jane” appunto degli Stones.
“Sì, e pensa che quel pezzo è del ’66, ha 51 anni ed era un brano un po’ inusuale per loro perché era un pezzo che ha respirato la musica inglese del ‘600: c’è il clavicembalo, il dulcimer, la chitarra acustica e la celesta, quindi proprio formazione anti Rock per eccellenza. Dimostra quanto gli Stones potessero fare altro oltre appunto al Rock, che sanno fare meravigliosamente.”

Questo ovviamente è solo l’ultimo tuo di una lunga serie di lavori solisti al pianoforte che tu hai fatto. Volendo dare una definizione per far capire, diamogli Crossover, ma senza rinchiuderlo lì perché è qualcosa di diverso.
“Però in effetti io mi muovo come altri personaggi di oggi, che sono tutti amici da Allevi a Einaudi a Cacciapaglia, in questo ambito di artisti che vengono dalla musica classica, che non hanno seguito le tendenze più estreme della musica contemporanea e sono rimasti melodici. Forse sono anche dei post romantici, che vengono dal minimalismo che ci ha stregato un po’ tutti.”

Poi c’è un’altra cover di Rino Gaetano che gli appassionati conoscono bene: “Agapito Malteni il ferroviere”.
“Viene dal primo disco di Rino. Io ancora non lo conoscevo a quei tempi, però era un pezzo che spesso dal vivo suonavamo. Facemmo pochi concerti insieme, però era uno dei nostri cavalli di battaglia.”

Lo diciamo: un certo Vincenzo che tutti conoscono affidò i Pierrot lunaire a Rino. Disse loro “mettetevi accanto a questo ragazzo, arrangiategli un po’ di pezzi.”.
“Sì infatti Vincenzo Micocci era quello della It, il produttore che lanciò Venditti, De Gregori, tantissimi personaggi e noi come Pierrot lunaire eravamo un po’ come una sorta di gruppo esterno. Incidemmo per lui ma non eravamo nella sua linea, fu un caso che si interessò alla nostra musica. Quando Rino incise il primo disco Micocci ascoltò questo nuovo pezzo che era “Il cielo è sempre più blu” e ci chiese di dargli una mano per arrangiarlo. In realtà poi Rino non aveva alcun bisogno di noi, perché aveva le idee chiarissime: in studio inventò tutto lui. Io feci solo questo riff iniziale che comunque volle lui, quindi voglio dire quanto Rino fosse brano non solo come autore di musica e di testi, ma anche nel vestire le proprie canzoni.”

Con te non è possibile non fare questi tuffi nel passato. Ma se ti si chiedessero quali siano le differenze compositiva tra questo disco e quello precedente, “Préludes”?
“Poche. Ci sono differenze tra questi due dischi e i miei precedenti, nel senso che nei precedenti io elaboravo moltissimo i temi, tendevo a sviluppare. Questo è un retaggio che ho dalla musica classica, li rendevo non dico più macchinosi ma più complessi. Negli ultimi anni, forse conquista della maturità, ho imparato invece a lasciare i temi un po’ più liberi, un po’ più semplici nel lasciare che le idee rimangano quelle che sono e senza volerle per forza infarcire di troppe modulazioni. La differenza con i preludi è che i preludi sono ventidue, quindi son tutti pezzi molto brevi, qui sono solamente dodici, quindi sono pezzi più lunghi per cui mi sono lasciato anche più andare nel ripetere alcune melodie e sono tornato a un certo minimalismo, in certi momenti.”

Ricordiamo, se qualcuno volesse i tuoi CD, non solo l’ultimo “Low and loud” ma anche i tuoi precedenti come potrebbe fare, dove li potrebbe trovare?
“Nelle Feltrinelli ora sono distribuiti molto bene, anche quest’ultimo lo sto vendendo moltissimo anche tra le novità esposte e mi fa piacere. Però ovviamente tutti i vari siti da Amazon a Ibs a Mondadori, ai siti stranieri: insomma sono facilmente reperibile. Una cosa che mi fa piacere è anche che i dischi incisi più di 20 anni fa continuano a essere ristampati e questo insomma dimostra che c’è ancora un interesse a compare musica anche del passato.”

Addirittura hanno ristampato in vinile il tuo primo, l’omonimo del Pierrot Lunaire.
“Esatto, il primo, e hanno ristampato anche il mio secondo disco come solista, “E il pavone parlò alla Luna” che si trovava solo in versione molto limitata. Ultimamente lo ha fatto la Cinedelic in una confezione scintillante, e anche molto cara devo dire: 25 Euro. Però è vinile pesante, è abbastanza bello anche dal punto di vista estetico.”

Quando c’è qualità, storia, energia non starei tanto a guardare in faccia ai 15 o 25 Euro. Questa musica non stanca mai, per quanto sia “solo” piano: è emozionante, più la ascolti e più la scopri.
“Questo mi fa piacere, io cerco semplicemente di essere onesto, sincero. Compongo e scrivo quello che mi viene da suonare senza cercare di pensare a un riscontro, poi se raggiunge qualcuno mi fa piacere. Mi diceva Giovanni Allevi che io stimo, è un amico anche se sembra quasi diventato sport nazionale parlarne male, che lui ha comunque una grande fortuna. Lui scrive delle cose e per qualche motivo arrivano alla gente. Questo è vero, da una parte è un pregio perché gli permette di essere molto popolare e da un’altra gli attira anche le ire dei più, diciamo, rigorosi. Tutto sommato alla fine qualsiasi cosa farai c’avrai sempre qualcuno che verrà a parlare male di te. Però l’importante, lo ripeto, è essere sinceri: se sbagli almeno lo fai con le tue reali possibilità e non cercando di fare un’operazione commerciale.”

Chiaramente non esiste l’autore universale, osannato da tutti.
“Certamente, pensa che alcune sinfonie di Beethoven vennero considerate, ai tempi, della musica solamente per fare beccano. “Beethoven è pronto per il manicomio” scrivevano alcuni giornali, e adesso è considerato un classico per eccellenza. O Stravinskij, Debussy: è lo stesso. Senza volersi paragonare ovviamente a questi meravigliosi artisti del passato a cui io non posso assolutamente avvicinarmi neanche lontanamente.”

Diciamo però che tu e gli altri del Crossover state portando avanti una certa evoluzione. È una classica da anni 2000, proiettata verso il futuro.
“Sì credo di sì, nel nostro piccolo cerchiamo di dare il nostro contributo. Certo è fatta da artisti che hanno ascoltato la musica degli ultimi 40 anni quindi ovviamente che hanno sentito da Michael Jackson a Phlilip Glass a Charrino quindi indubbiamente c’è una scuola dietro che credo poi, spero almeno, emerga all’interno delle nostre composizioni.”

Adesso stiamo ascoltando “La vertigine del tempo”.
“Eh, grande cruccio: il tempo che scorre. Il pezzo più lungo del disco, il tempo che mi angoscia perché è una sorta di predatore che ci aspetta al varco e che ci porterà verso questo buco nero dal quale non so se emergeremo mai. Sono un po’ nichilista in questo senso [ride, ndr].”

Non è l’unico pezzo ispirato a tuoi pensieri, a tue letture. Ad esempio ce n’è uno ispirato a Tolkien.
“Sì, quello che abbiamo ascoltato in apertura, “Un viaggio inaspettato”. Tolkien è un mio grande amore da quando ero veramente adolescente, che lessi “Il signore degli anelli” quando avevo 16 anni per la prima volta, poi l’ho letto altre tre, quattro volte. Mi piace pensare a quell’atmosfera, a quei personaggi. a quel diciamo anche pensiero abbastanza triste, perché quello è un libro molto nero, molto scuro, in cui in realtà il male vince sul bene, anche se per qualche motivo sembra che il bene abbia vinto, ma non è così. Mi ha sempre accompagnato nella mia vita e non è un caso che sia un artista che credo abbia influenzato il maggior numero di dischi, di musica non solo Rock, mai pubblicati pensando a un libro. Quindi senza dubbio è molto evocativo.”

Anche nel tuo precedente CD c’è “Eowyn”.
“Sì, c’è un mio disco intero dedicato a lui: si chiama “Rings”. Poi un altro degli anni ’70 “Early rings”, e ci sarà forse un brano anche nel prossimo [ride, ndr].”

E poi in radio abbiamo anche “Gli artigli di Cat Woman”, un altro richiamo letterario.
“Ah, amo Cat Woman: è un personaggio meraviglioso, che metà è bene e metà è male come dice Batman “io e te siamo uguali per questo”.”

Ma esiste un processo compositivo su cui tu ti basi per fare i dischi o è più un “stamani mi sono svegliato con un motivetto in testa e ho provato a metterlo in note”?
“Guarda, questa seconda cosa che hai detto è accaduta pochissime volte: per un notturno, per un pezzo che stava su “Syriarise”, un vecchio disco [suo album del 1992, ndr]. La maggior parte delle volte non è così, o almeno non è così per me, nel senso che di solito i pezzi nascono sulla tastiera. Io studio chiaramente ogni giorno perché la tecnica va affinata, mi piace riprendere alcuni pezzi anche classici e spesso mi lascio anche andare, cioè improvviso e registro quel che suono. Quando poi vado a riascoltare, trovo spesso qualche cellula tematica che mi sembra bella, che vale la pena di sviluppare, e da lì poi nascono i pezzi. Quindi l’idea dell’ispirazione improvvisa che ti prende e corri al pianoforte non mi appartiene, però sicuramente ad altri sì.”

Per fare questi pezzi al pianoforte ci vuole sicuramente esercizio.
“Secondo me un’altra cosa importante è ascoltare tanta musica, cosa che io faccio, perché comunque è un nutrimento. Anche se tu fai la tua musica è importante quello che tu hai ascoltato, cioè Beethoven senza Bach non sarebbe mai esistito. È la stessa cosa per noi, cioè la musica che abbiamo ascoltato in qualche modo rientra in quello che poi proponiamo, ovviamente filtrata attraverso una personalità che debba dare anche un’impronta più unica, più originale.”

Stiamo sentendo “Mon jardin”, una poesia in musica, che ti culla.
“È quello che volevo. Mi fa pensare a una persona che ogni mattina esce da casa, va nel suo giardino e si perde, coltiva le rose. Io odio i giardini, nel senso che avevo dei fiori a casa e sono morti tutti [ride, ndr], però mi piace l’idea di dimenticare un po’ il tempo, gli anni, ed essere perduti in questo orto, in questo giardino. La musica è una sorta di mio giardino privato, questo mio “Jardin clos” come direbbe Wim Mertens che ha inciso un disco molto bello, per me di grande ispirazione, almeno fino a qualche tempo fa molto presente.”

In questo e in altri CD si può ritrovare tanta ispirazione e ti lascia qualcosa dentro: è ciò che riesce a fare un uomo col suo pianoforte. L’ultima canzone che sentiremo è “Dionisio si diverte”, un pezzo allegro, rapido.
“Hai ragione, “Dionisio si diverte” è nato per caso, su commissione in realtà perché qualche anno fa ho suonato per una rassegna dedicata proprio a questo dio dell’ebbrezza, della natura, che rappresenta un po’ anche gli istinti naturali dell’uomo, che molto spesso noi frustriamo e cerchiamo di imbrigliare, quindi poi si scatenano in maniera molto più pericolosa. L’ho voluto mettere in questo disco.”

Ultima domanda. Visto che Arturo ha fondato insieme a Chiocchio nei primi anni ’70 un gruppo Prog, i Pierrot lunaire, ti viene voglia di tornare a certe sonorità in questi anni ’10 che c’è un revival?
“Fino ad adesso non è successo, nel senso che per me appartiene a un passato che non rinnego, che mi ha dato molto ma che non mi appartiene più. Però nel prossimo disco, perché io purtroppo ho questo dramma che appena finisco un disco mi viene già in mente quello che farò dopo [ride, ndr], al 90 per cento ci sarà un omaggio a un grandissimo del Progressive che studiavo: Keith Emerson, che per me è stato un genio del pianoforte e non solo. Riletto nel mio stile ma col dovuto rispetto nei confronti di un artista che al pianoforte era straordinario, lo posso dire. Forse pochi si rendono conto di quanto fosse bravo, considerando che non aveva fatto mai il conservatorio, cioè ha studiato privatamente e suonava Prokofiev e Bartok come pochi.”

Arturo non ci darà tempi dispari ma i suoi sono grandi CD. Andate sul suo profilo e sulla fan page a prendervi “Low and loud”. Un grosso ringraziamento per esser venuto qui e break a leg per il futuro.
“E io ti rispondo con viva il lupo all’italiana [ride, ndr]. Un saluto a tutti!.”

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