Basta, ora lasciateci giocare a Pokémon GO

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Questa che si va concludendo è stata la settimana in cui la Nintendo, storica casa di produzione di videogiochi giapponese, è tornata sulla ribalta mondiale. Il merito, o il demerito per alcuni, è di Pokémon GO, l’ultima idea geniale di un’azienda che da oltre trent’anni sforna veri e proprio capolavori, a partire dall’idraulico Mario.

Il principio che sta alla base di questa applicazione è semplice. Attraverso di questa si può inquadrare la realtà circostante “aumentandola”, ovvero arricchendola di elementi che, in questo caso, sono creaturine da catturare. Ognuna di esse ha precise caratteristiche fisiche (forma, altezza, peso) e per il combattimento. Perché il fine di tutto è far lottare i propri animaletti. Fin qui, tutto chiaro e tutto a posto. Il problema, se di problema si può parlare, è di altro tipo e riguarda la presenza di Pokémon intorno a noi. Come detto, per catturarli bisogna inquadrare lo spazio intorno, perché i server li creano casualmente un po’ ovunque. E per ovunque intendiamo anche la nostra camera da letto. Quindi, quando uno o più utenti si accorgono di avere nei pressi un Pokémon, parte la caccia. E la polemica.

Non è difficile incontrare gruppi di giovani con lo smartphone in mano che scandagliano a destra e a manca, e che accorrono quando gira voce che un Pokémon particolarmente raro si trovi in un luogo. Su YouTube c’è un video in cui si vedono decine e decine di persone all’assalto di uno spazio vuoto al Central Park di New York, spintonandosi come forsennati. Ecco. I critici si dividono in due categorie: la prima pensa che i giocatori di Pokémon GO siano scemi, la seconda che siano irresponsabili. Il primo caso rappresenta il pensiero tipico delle persone che generalmente hanno poca dimestichezza con i videogiochi, considerati il nuovo oppio dei popoli. Il secondo ritiene pericolosa questa app perché distrae gli utenti dalla realtà vera e propria a favore della realtà aumentata, che in quanto tale non esiste. A esempio vengono portati alcuni incidenti stradali provocati da chi dava più importanza a un Pokémon che alla macchina davanti che ha frenato. Che dire?

Diciamo che, come tutte le cose, l’importante è non eccedere. Siamo d’accordo nell’affermare che vivere la giornata finalizzandola alla cattura di Vaporeon (uno dei più rari) non è forse il modo migliore per impegnare il proprio tempo. Ma siamo anche lontani da quel pensiero apocalittico per cui dietro alla caccia di uno sgorbio si nasconda il male della società. Peraltro è da quando i videogiochi sono diventati un fenomeno di massa che sentiamo il parere dei soliti quattro vecchi parrucconi sull’aspetto deviante degli stessi. Un pensiero – questo sì – abbastanza superficiale, perché ignora che una delle caratteristiche dell’uomo, inteso come Homo Sapiens, è proprio la capacità di giocare e il divertimento che se ne trae. Non a caso uno fra i maggiori storici dello scorso secolo, Johan Huizinga, riteneva il gioco il fondamento dell’organizzazione sociale (Homo ludens, 1938).

Insomma è un po’ privo di senso lamentarsi e dire, con fare catastrofista e la solita nostalgia, che i ragazzi non giocano più a nascondino o a campana. Senz’altro è vero. Sono passatempi molto antichi, che sappiamo essere presenti già nella Roma classica. Ma chi ci vieta di pensare che, se allora ne avessero avuto i mezzi, il giovane Cicerone o i più semplicemente i nostri nonni non avrebbero acceso la caccia al Pokémon più forte?

 

di Daniele Grassucci

fonte linkiesta.it

 

 

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