Gianluca D’Alessio, Sunrise markets. Chitarre italiane in risalto nel mondo

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Qualità e bravura chiama qualità e bravura, lo sappiamo. Per questo non c’è proprio da stupirsi che nell’album di Gianluca D’Alessio siano presenti degli artisti internazionali, che lui ha conosciuto nei suoi trascorsi. E rimane sempre il fatto che è la musica la protagonista, non lo strumento o l’artista. Varietà, bravura, ispirazione sono le parole chiave per un ottimo album, che egli stesso ci ha illustrato di persona.

Eccoci qui ragazzi con Gianluca. Tu sui social sei più avanti di me, non hai solo Facebook dove mettere foto.
“Ciao, ciao a tutti. Ho aperto da poco Instagram, ma mi faccio aiutare un poco [ride, ndr]. Le foto del disco lì presenti le ho fatte tutte a Londra, tranne alcune qui a Roma, e ringrazio il mio amico Danilo Giovannangeli che mi ha seguito a Londra per fare queste bellissime foto.”

Tra cui la copertina del tuo album “Sunrise markets”, con un bel chitarrone che gli esperti riconosceranno, perché lui non è un chitarrista comune: ha un bel rapporto con la Gibson.
“Esatto, la foto della copertina è fatta a Camden town. Sì sì, questo rapporto con la Gibson è iniziato nel 2010, che è stato per me un anno abbastanza pieno di lavoro, e diciamo che questa collaborazione è scaturita grazie a un disco che ho fatto del rapper americano Coolio, non so se te lo ricordi. Arrangiai proprio questo disco, si chiamava “Acoustic vibrations” ed era un album praticamente acustico, fatto con gli strumenti veri e non con loop e tastiere, dove c’era anche Snoop Dogg che cantava un pezzo [“Gangsta walk”, ndr]. Grazie a questa cosa, e grazie anche al fatto che io faccio trasmissioni televisive [suona nell’orchestra dei programmi di Carlo Conti alla RAI, ndr], ho potuto trovare il contatto. Il produttore di quel disco mi passò il contatto per prendere l’endorsement della Gibson.”

Se io vi dicessi che questo album è fatto da un allievo di Joe Satriani o Steve Vai, voi mi credereste subito, non avreste niente da dire. Attenzione all’esterofilia perché lui invece è italiano, e qui c’è davvero tanta qualità. Come si fa per averlo?
“Questo CD è distribuito dall’etichetta inglese Burning shed, quindi basta andare sul sito della Burning shed oppure sul mio dove c’è il link diretto alla pagina per acquistarlo.”

Apparte gli autografi sul CD, il release party sarà lontanuccio da Roma, ma con un’etichetta inglese dove volete che lo faccia? Chiaramente a Londra.
“Sì, ma credo che poi insomma i live saranno un po’ in giro, quindi in Italia anche a Roma ovviamente. Però tutto da settembre, il CD è appena uscito: il 30 giugno, anche in digitale.”

Se andate a vedere sulle note nel retro della copertina, lui non è che ha un gruppo dietro a supporto: lui ha una grossa schiera di ospiti, anche bei nomi internazionali.
“Sì, sono quindici musicisti, esattamente. Abbiamo Gavin Harrison alla batteria, che suona su due brani, e John Giblin.”

Prima che andiate su Wikipedia ve lo dico io: Gavin Harrison suona coi King crimson e ha suonato per i Porcupine tree, e John Giblin con Simple minds, Peter Gabriel. Tutti e due suonano in “Song 6”, mentre Harrison è nella title track “Sunrise markets”.
“Esatto. C’è anche Fabio Fraschini che tu conosci che suona in “Sunrise markets”. Voglio anche ringraziarlo perché in realtà questo disco l’ho prodotto praticamente insieme a lui, quindi è stato di grande supporto. È un bravo bassista e un bravo tecnico, nel suo studio Playrec.”

Avrei una curiosità: com’è che un chitarrista esperto come te viene spinto a fare un album solista in questo modo? Qual è la carica, la molla?
“Mah guarda, diciamo che in realtà questo non è il mio primo album solista. Il primo era “Metonimia” e lo feci nel 2000, quindi sono passati n po’ di anni. Quel disco era soprattutto un disco di studio: dopo un periodo di studio avevo composto questi brani, quindi se vuoi è più didattico. Mentre per “Sunrise markets” ho avuto l’esigenza di fare delle cose mie perché dopo tanti anni che ho passato a suonare sempre per gli altri, io sono identificato in Italia come un turnista, un session man. Disco che in realtà ho iniziato a scrivere tempo fa, quindi piano piano sono riuscito ad arrivare alla fine di questi nove brani.”

A comporli e farteli supportare da un sacco di musicisti.
“Sì, anche da grandi musicisti italiani. È stato registrato in un periodo abbastanza lungo, per Gavin e John ho registrato a Londra, “Sunrise markets” è di una decina di anni fa.”

Ma tu come presentavi le canzoni agli altri? “Ragazzi io vorrei che voi faceste queste cose nel pezzo” oppure hai lasciato loro libertà?
“Allora, per quanto riguarda i pezzi dove c’è Gavin in realtà l’idea era proprio nata per farli assieme, io li ho un po’ scritti addosso a lui, lo stile è Porcupine tree dove lui utilizza queste sovrapposizioni, queste poliritmie con i tempi. L’idea era anche quella di fare tra virgolette un assolo insieme, quindi nella parte centrale c’è il solo di chitarra ma ce n’è anche uno di batteria sovrapposto. Quindi a lui l’ho lasciato un po’ più libero, magari con gli altri c’è stata più la possibilità di dare e di ricevere delle idee, è stato un connubio delle due cose. Però comunque ho lasciato un po’ di spazio a tutti quanti, chi più chi meno.”

Anche perché non hai preso musicisti qualunque, c’è stata questa voglia di fare un bel disco. C’è tanta qualità in questo album, e credo che un po’ tu abbia imparato dal tuo primo CD, cose che ti ha dato esperienza.
“In ogni disco c’è sempre qualcosa che tu riascolti dopo, che dici “questa magari l’avrei potuta fare in un altro modo” anche perché ci sono delle parti improvvisate, non tutti gli assoli sono studiati, alcune volte sono studiati solo in una parte, e in un’altra improvvisati. Quindi, sai, a volte magari tu ti lasci prendere dall’emozione del momento, ti affezioni anche a qualcosa e la lasci. Poi risentendola dopo un po’ di tempo dici: “l’avrei potuta fare in un modo diverso”. Ma io credo che per tutti sia così.”

Pensavo alla tua etichetta inglese, è stata quasi una scelta naturale che tu facessi qualcosa a Londra in un mercato internazionale dove questa musica è molto più apprezzata che qui in Italia. Sei una chitarra in fuga.
“Beh sì, sicuramente di più. Vanno tutti a Londra, vado anche io [ride, ndr]. Poi tra l’altro quando io ho finito il disco e ho mandato i vari teaser in giro, sia all’estero che in Italia, più o meno all’estero mi hanno risposto tutti, in Italia quasi nessuno. Poi fortunatamente ho trovato la Burning shed, sono molto orgoglioso di questa cosa perché comunque Burning shed distribuisce dei nomi giganteschi della musica, soprattutto Rock progressive, basta andare sul loro sito per vedere chi hanno. Questa era già la prima soddisfazione.”

Sentendo brani come “Roots” con atmosfere acustiche, si sente che lui non è uno che mette la musica a tutto volume, ha anche dei momenti un po’ più di calma.
“Sì, diciamo che nel disco ci sono varie sonorità: la base è un Rock progressive, questo “Roots” è un pezzo acustico, poi ci sono brani un po’ più Fusion, ce n’è addirittura uno cantato, quindi ci sono vari colori. La voce è di Riccardo Rinaudo, che è un bravissimo cantante originario pugliese. Il testo invece è del fratello di Riccardo.”

Ma com’è nata l’idea di mettere su un disco strumentale una canzone cantata, che è un po’ particolare? “Drawing borders” parla di una persona che si trova in qualcosa a cui non era preparato, su questa linea sottile.
“Io collaboro con Riccardo da tanti anni, c’è sempre stata tra noi quest’idea di fare dei pezzi anche cantati. Siccome io scrivo anche delle canzoni in finto inglese, mi piaceva inserire in questo disco una canzone che avesse un testo.”

Anche questo fa differenza e varietà: il tuo non è un album tutto tirato, monocorde, per quanto tu sia bravo. Non è un album che vuole mettere in risalto la tua bravura fine a sé stessa. Io l’ho chiamato Rock fusion.
“Sì, ad esempio questo pezzo “Rockfeller plaza” è quello più Fusion, e poi altri in una parte hanno un’atmosfera più legata a quella musica lì.”

La difficoltà con i bravi artisti è nel poterli definire con poche parole, perché loro contaminano sempre tutto. Ma per sentire il tuo lavoro senza il CD, come si può fare?
“Io forse lo chiamerei Progressive fusion, forse questo è il genere [ride, ndr]. Il disco c’è anche su Spotify, su Youtube, ovunque. Basta digitare “Sunrise markets” ed esce. Tra l’altro questo titolo è stato dato perché, sempre a Camden town per un viaggio di lavoro ero stato nel mercato, c’era un negozio di lampade che si chiamava Sunrise, e quindi m’è venuta in mente questo nome. Dopo ho scritto il pezzo ma nasce da lì, ecco perché la foto della copertina è stata fatta a Camden town.”

Ottima risposta a domanda non espressa. Tornando a Spotify, diciamo che è legittimo voler sentire la qualità di un’opera, ma mi raccomando: se poi piace date un contributo all’artista, comprate “Sunrise markets” di Gianluca D’Alessio, che dieci Euro cambiano poco la vita. In questo disco sentiamo delle influenze: quali sono i chitarristi che ti possono avere ispirato maggiormente?
“L’artista che mi ha influenzato di più, partendo dall’infanzia musicale, è stato Jimmy Page, soprattutto per le cose acustiche. “Led zeppelin III” è pieno di chitarre acustiche, con accordature aperte, che io ho utilizzato per alcuni brani. Ma tu che chitarrista hai sentito [ride, ndr]?”

Sono indeciso tra Vai e Satriani: io preferisco Satriani, ma il tuo stile non è Satriani al cento per cento.
“Infatti. Quando è uscito “Passion & warfare” nel ’90 insomma, è stato un disco che secondo me ha rivoluzionato tutto. Dopo Van Halen c’è stato lui che ha detto: “da adesso la chitarra si suona così”. Vai mi ha influenzato molto e si sente nel disco, però poi ci sono stati anche altri chitarristi tipo Robben Ford, Mike Stern, Pat Metheny.”

Tutti mostri sacri, ma nel tuo tapping riscopriamo Steve Vai. Noi siamo troppo esterofili: se tu fossi un allievo di Vai e il tuo nome fosse straniero, ci fideremmo di te a scatola chiusa. Bisogna aprire la mente su questo.
“Beh sì, anche perché in Italia ci sono tanti musicisti bravi, tante situazioni valide.”

Gli artisti Rock italiani qui sono un po’ sottovalutati, quindi è un bene che tu vada a Londra a cercare più soddisfazioni. Visto che il CD lo hai composto negli anni, si può dire esattamente quanto tu ci abbia messo a registrarlo?
“Beh sì, ho impiegato parecchio tempo perché i primi pezzi sono stati registrati parecchi anni fa, poi a un certo punto ho detto “ok, voglio chiudere questo disco” e quindi le ultime cose le ho registrare in breve tempo.”

Però dì la verità: hai ancora voglia di scrivere?
“Adesso voglio sponsorizzare questo disco facendo dei live. Comunque ho già scritto altre cose, che sono rimaste fuori da questo ma magari saranno nel prossimo. Ce le abbiamo in caldo [ride, ndr].”

Quindi la gente che sa fare musica è sempre piena di idee, lo sappiamo. Dovrai tornare qui per il prossimo CD. Ma siamo ai saluti finali: ti ringrazio, salutiamo Marco Micucci e tutti quanti.
“Ma sì, tornerò volentieri [ride, ndr]. Grazie a te per avermi invitato. Ciao a tutti.”

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