Il salto all’indietro

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La manovalanza di Cinque Stelle, tra mille difficoltà amministrative e burocratiche, tipiche della nostra politica cerca di andare avanti e prova a non pensare alle faide sotterranee che scuotono i vertici di un movimento che cerca di sopravvivere, più che alle bordate dell’opposizione o all’arrembaggio dei media, alle incongruenze etiche, politiche e amministrative che esso stesso si auto-produce.
La manovalanza di cinque stelle, gli attivisti soprattutto, stanno cercando, non senza fatica, di ingoiare quella dolorosa presa di coscienza derivante dal fatto che i suoi esponenti più in vista, quelli scelti dai vertici ma non dalla base, per salvaguardare poltrona e potere, stanno adottando le stesse trame da sottobosco, le stesse strategie da retropalco, che per anni hanno imperato nella prima repubblica e che loro stessi avevano promesso di combattere.

La direttiva dei vertici del Movimento non prevede altro che non sia “credere, obbedire e combattere” ma pur essendo un ordine impartito che sotto il profilo etico, morale, di onestà e di trasparenza dovrebbe riguardare tutti, dal semplice elettore fino a chi occupa la poltrona in cima alla piramide, per convenienza politica e gestionale ma ancor più con la connivenza delle alte sfere del movimento, viene ormai da mesi disatteso da coloro che sono deputati ad amministrare Roma.

Molti pentastellati, ovviamente non quelli ricompresi tra le figure “pregiate” del movimento che hanno il compito ingrato di far buon viso a cattivo gioco, continuano quasi con disperazione nel sostenere il loro movimento, ad elogiarne il codice etico, l’onestà e soprattutto la trasparenza nonostante sappiano perfettamente che certune faccende sono la dimostrazione più netta di quanto etica, trasparenza e onestà non siano più loro capisaldi, ammesso che lo siano mai stati.
Da un paio di mesi a questa parte le punte di diamante del movimento, hanno l’ingrato incarico, cui adempiono con impegno a dir poco commovente, ma che funziona, nemmeno così bene, solo con una parte del loro elettorato di base, di convincere l’opinione pubblica che le faccende di Roma, assolutamente poco chiare e a loro imputate, sono invenzioni della stampa, esagerazioni dei media.
E nel goffo tentativo di dimostrarsi vittima del circo mediatico, o meglio di far credere di esserlo alla loro base elettorale, il movimento minaccia di portare buona parte dei media in tribunale con l’accusa di diffamazione. E questo, per chiunque abbia un minimo di memoria storica, di raziocinio, di pensiero critico, ha il sapore di una disonestà grottesca.

Non sono lontani i tempi in cui, tra gli applausi da stadio di un branco dissennato di personaggi in cerca d’autore, il mentore del movimento ingiuriava volgarmente il premio nobel Rita Levi Montalcini e sono ancora più vicini i tempi in cui lo stesso mentore, in un pomeriggio in cui probabilmente si annoiava, aizzò le sue truppe cammellate, i suoi ascari 2.0, nei confronti di Maria Laura Boldrini, una delle cariche più importanti dello stato, chiedendo loro “cosa sarebbe successo se se l’avessero trovata in macchina” e naturalmente tre quarti di costoro, manipolati dal loro capo branco, maestro nello sdoganare violenza verbale, per giorni interi come cloache strabordanti di letame, hanno vomitato di tutto, senza che nessuno del movimento abbia mai preso veramente le distanze. E qualche giorno fà, imbracciando il problema Bolkenstein, hanno istigato il popolo degli ambulanti contro i media, contro i giornalisti, contro il governo al punto che dalla folla si sono alzate grida furenti di “ammazziamoli”.

Una disonestà intellettuale grottesca che costringe gli uomini di punta del movimento ad alzare barriere fumose contro i media ma soprattutto a confondere le pochissime idee di cui dispone il suo elettorato, a depistare argomentando a caso quando si tratta di spiegare con trasparenza i retroscena che, ad esempio, riguardano il panorama amministrativo capitolino.
Non è un caso che da un paio di mesi a questa parte quando si tratta di argomentare sugli arresti delle persone da loro scelte per comporre la giunta del sindaco di Roma, dopo più di sette mesi ancora incompleta, o sugli avvisi di garanzia che coinvolgono il primo cittadino di Roma, scantonano accalorandosi per le scelte del governo su monte dei Paschi di Siena, spostano il discorso inveendo sui danni fatti dal PD, citando di quest’ultimo i loro indagati  e, con veemenza, puntano il dito sulla situazione italiana, sulla illegittimità del governo nazionale e sulla crisi del lavoro.
Insomma rilanciano, fanno discorsi più grandi di loro sperando di essere credibili. Ma chiunque disponga di una mente minimamente riflessiva potrebbe chiedersi:

ma se a Roma dopo sette mesi di sindacatura il movimento non è riuscito nemmeno a completare la sua giunta con quale presunzione può raccontare di avere la ricetta per contrastare il problema della disoccupazione in Italia?

Roma è la dimostrazione lampante che il movimento non ha le caratteristiche per poter governare, è nato per fare opposizione e oltre questo, con i suoi mezzi, non potrà mai andare.

L’opposizione è un gioco semplice in fondo poiché si basa su un connubio fatto di parole e di contestazione anche serrata mentre, per governare ci vogliono azioni, idee chiare, capacità governative, carattere fermo, intelligenza politica e onestà di intenti ma, soprattutto, servono programmi. Insomma, l’ex Sindaco di Roma, il professor Ignazio Marino, aveva capito come fare ma la strada da lui tracciata non è alla portata di un movimento costituito da carnevaleschi professionisti dell’approssimazione, da reginette dal sorriso forzato. Perché Roma è Roma e, senza nulla togliere alle altre città, non è Torino, Palermo, Bologna, Parma, Quarto.

Il movimento, dopo sette mesi di sindacatura, non riesce ancora a scrollarsi di dosso, e non può farlo perché non è nelle sue corde, il tempo degli slogan, della opposizione capricciosa. Annaspa e sopravvive chiuso dentro un immobilismo controproducente e nello stesso immobilismo costringe Roma.

Ma Roma è la capitale d’Italia e, pur essendo periodo di carnevale, non ha bisogno di un capitan Spaventa, specializzato nella commedia dell’arte con cui terrorizza i suoi sottoposti, imbonisce i suoi elettori e impone questa paralisi.

E in ultima analisi come credere alla democraticità di un movimento che esprime solidarietà verso la categoria dei tassisti, adulati a dovere dal capocomico, che vanno alle manifestazioni incappucciati, che usano il tirapugni, che picchiano operatori TV e che ostentano il saluto romano, abbracciare la causa degli ambulanti che protestano violentemente senza un vero e proprio motivo per non parlare poi del recupero in giunta di personaggi [poi indagati o arrestati] quali Raffaele Marra, con al traino costruttori ben noti, nonchè Paola Muraro viene da pensare ad un bel salto all’indietro e quindi, bentornati nell’era Alemanno.

Massimo Gallo

Massimo Gallo

Massimo Gallo, nasce e vive a Roma. Per anni ha lavorato nell’ambiente artistico e gran parte della sua attività si è fondata sullo studio dell’immagine in movimento e sull’utilizzo della stessa affiancata alla parola detta o recitata. Ha collaborato alla messa in scena di spettacoli teatrali, multimediali e musicali e, per gli stessi, ha realizzato lavori in video, videoclip promozionali, cortometraggi ecc.... Ha prodotto molto materiale testuale fra cui racconti brevi, monologhi per il teatro, scritti di poesia e prosa, presentazioni e prefazioni nel campo della pittura e della scrittura. Ha editato libri, si muove nell'ambiente dell'editoria come free lance e conduce una rubrica radiofonica notturna dal titolo "Sentieri Notturni".

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