Il senso dei silenzi letterari

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Ogni mattina, per una settimana, ho fatto colazione con Roberto Bolaño.
Sollevando pigramente la testa, sembrava di vederlo, seduto lì di fronte, in controluce alla finestra, il contorno dei capelli disordinati, il riflesso delle grandi lenti, il fumo dell’infinita sigaretta tra le mani. Senza avere mai sentito la sua voce, leggerlo era come ascoltarlo realmente, che rispondeva alle domande delle conversazioni dei suoi ultimi anni, che divagava dal Cile di Pinochet, al Messico itinerante e realvisceralista dei Detective Selvaggi, al debito verso la Spagna di Cervantes, all’Europa di Kafka sopra tutti, al Sudamerica intero di Borges.
Ogni risposta è una storia a sé, ironica e contraddittoria, provocatrice, persino tenera ogni tanto, se si distrae o se parla di cos’è la per lui patria, i propri figli, “certi istanti, certe vie, certi visi o scene o libri che stanno dentro di me e che un giorno dimenticherò, che è la cosa migliore che si possa fare con la patria”.
Leggo all’alba lo scrittore che deve al Messico la sua formazione intellettuale e alla Spagna quella sentimentale e penso a quello che dice Nicola Lagioia nel saggio che chiude le conversazioni, ricordando che secondo qualcuno i libri di Bolaño sembrano scritti dopo la morte. È vero, è una presenza e allo stesso tempo un’assenza che aleggia in molte delle migliaia di pagine che ha scritto. La si scorge invisibile al largo del mare nel Terzo Reich, la si avverte nella presenza costante della giovane poetessa scomparsa nei Detective Selvaggi e nei premi letterari a suo nome e la si teme in Amuleto, in agguato fuori dai bagni dell’università di Città del Messico.
Mi fa pensare e chiedere che ne sarebbe stato anche di Bolaño se l’egregia signora – come la chiama lui, o la puttana insaziabile, per dirla alla Parra – non fosse arrivata poco dopo l’ultima conversazione con Mónica Maristain nel 2003: sarebbe diventato forse lo scrittore latinoamericano con più avvenire, come credeva qualche critico, o sarebbe rimasto, letteralmente e paradossalmente, quello con meno avvenire, come lui stesso sapeva. Che altro lavoro avrebbe fatto dopo il successo come guardiano di campeggi e l’innamoramento del commesso di bigiotteria? Si sarebbe prenotato con anticipo ad un corso tenuto da Pascal nell’aldilà? Avrebbe continuato a scrivere, a far viaggiare ancora i suoi detective o qualunque altro geniale e timido personaggio? O se ne sarebbe restato semplicemente in silenzio?
Non lo sappiamo, ma sappiamo come Bolaño interpretava i diversi tipi di silenzio degli scrittori. C’è il silenzio letterario di Kafka – “tutto in lui era letterario” – che in realtà non ci fu, perché l’amico Max Brod, a cui Kafka aveva chiesto di bruciare tutto ciò che aveva scritto una volta morto, non lo fece mai. C’è il silenzio del messicano Juan Rulfo che, semplicemente, smette di scrivere “perché ha già scritto tutto quello che voleva scrivere ed essendo incapace di scrivere qualcosa di meglio, smette e basta”. E poi c’è il silenzio inquietante e non cercato, quello insidioso e imprevisto, dell’impotenza e del destino. Cosa sarebbe successo se non fossero morti? Che scrittori avremmo avuto oggi? È la domanda che Bolaño si pone, consapevole dell’impossibilità di darvi risposta, e che leggendolo oggi ritorna prepotente pensando anche a lui.
Vorrei tornare a letto, adesso, e perdere tempo ad immaginare cosa sarebbe potuto essere; addormentarmi con un libro sotto la testa, per fare una cosa commovente, perché un libro “è il miglior cuscino che esista”.

“L’ultima conversazione” di Roberto Bolano (trad. Ilide Carmignani), ed. SUR, 124 pagine.

Articolo: Francesca Ceci
Foto: Christian B. Bouah

 

 

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