LA CORNICE VUOTA: LO STRANO CASO CHIAMATO “AMERICAN HORROR STORY”

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C’è uno strano fenomeno che abita il variegato mondo della serialità televisiva e risponde al nome di “American Horror Story”. La struttura della serie è ormai ben nota: ogni stagione, mantenendo invariato (o quasi) il cast di riferimento, parte da uno stilema classico dell’Horror e lo sviluppa in un arco narrativo di 12-13 episodi. Dopo un grande esordio, “Murder House” (vetta qualitativamente mai raggiunta negli anni successivi), il giocattolo ideato da Ryan Murphy e Brad Falchuk è stato infettato da un virus che ne ha determinato l’inevitabile crollo: la volontà di far prevalere la cornice sul contenuto.
In “Murder House” ogni pezzo del puzzle combaciava perfettamente: la famiglia in crisi, la casa stregata, la vicina bella e inquietante, la domestica tentatrice intrappolata in due linee temporali. Ogni episodio esprimeva il giusto tipo di terrore, conservando una veste molto ricercata grazie ad una regia puntuale e coerente e a una grande fotografia. Il tutto messo sulle spalle di una campionessa della recitazione come Jessica Lange, che a sessant’anni suonati esprimeva una potenza erotica ed un fascino da far invidia a molte giovani colleghe. Il risultato? Un successo. Una ventata d’aria fresca per i cultori del Genere, spesso portati sull’orlo del suicidio dalla mancanza di titoli di qualità o da sfruttamenti incessanti e delittuosi delle grandi saghe del passato. Visto l’inizio sfavillante, grandi erano le attese per la seconda stagione. Dalla “casa degli omicidi” si passa in un manicomio: l’anno è il 1964. Periodo di cambiamenti in America. Il progressismo di Kennedy sembra essersi fermato con l’attentato di Dallas e iniziano gli anni bui delle presidenze di guerra di Johnson e Nixon. La protagonista è una reporter lesbica, affamata di gloria, che vuole far luce sulla conduzione del manicomio Briarcliff. Per i più lungimiranti, la presenza di Adam Livine (il leader dei Maroon 5) è stato il primo campanello d’allarme che qualcosa nel processo creativo fosse andato in corto: una presenza inutile ai fini narrativi, un peccato veniale volendoci passare sopra. Tuttavia la serie, almeno nei primi episodi, sembra rendere l’idea del terrore dicotomico del manicomio: il luogo in cui i matti dovrebbero tornare sani ma che, inevitabilmente, fa perdere l’ultima arma di difesa dell’essere umano: la ragione. Si aggiungono al cast le bravissime Sarah Paulson e Lily Rabe, il dimenticabile (quasi sempre ahimè) Joseph Fiennes e il mitico James Cromwell (nei panni dello scienziato pazzo nazista, wow!). Quando tutto sembra andare per il verso giusto ecco che il duo Murphy-Falchuk commette il primo grande errore: ad una storia basata sulla follia e la possessione demoniaca aggiunge l’elemento fantascientifico del rapimento alieno. Una svolta controproducente e inutile, un X-Files molto mal riuscito che compromette e quasi smentisce quanto raccontato. Da quel momento in poi il tracollo. La terza serie “Coven”, dovrebbe analizzare l’evoluzione delle streghe dai tempi di Salem fino ai giorni nostri. Tuttavia diventa un disgustoso e ridicolo pasticcio in cui il sesso (elemento dosato alla perfezione nella prima e anche nella seconda stagione), diventa l’unico motore narrativo in cui far sfogare giovani fattucchiere alle prese con i primi pruriti carnali. Le uniche scene degne di nota sono i brevi flashback che tornano alle origini della stregoneria e quella, incredibile, in cui la testa decapitata (ma viva) di Kathy Bates (nuovo acquisto della serie) madama razzista, sadica e torturatrice dell’epoca schiavista, osserva davanti alla tv l’incedere degli eventi nella Storia, fino a scoprire (in lacrime) dell’elezione del primo presidente nero: applausi, grazie! Dopo la caduta ci si aspetta la resurrezione e invece anche la quarta stagione “Freak Show” (i fenomeni da baraccone dei circhi ambulanti), passa senza lasciare tracce, uccidendo il suo miglior personaggio (il clown assassino) nel terzo episodio. Come a voler recuperare punti, gli sceneggiatori ripropongno ossessivamente la “Life on Mars?” di David Bowie, condendola con pizzichi di Nirvana (“Come as you are”). La bravura di Jessica Lange viene sprecata, non proponendole, alla quarta stagione, un ruolo diverso dalla seduttrice avanti con gli anni. Come risultato, la Lange lascia la serie e al suo posto, nell’ultima emanazione dello show, “Hotel”, arriva Lady Gaga. Il tema, come il titolo facilmente suggerisce, è l’hotel infestato, in cui le anime dei deceduti vagano senza sosta per l’eternità. I creatori si lasciano andare al citazionismo sfrenato: l’albergo le cui moquettes ricordano tanto quelle dell’Overlook di Shining, così come i bambini posti fissamente al termine di lunghi corridoi. Ah e i vampiri, ovvi, nell’immediato post Twilight. Non può mancare la “Hotel California” degli Eagles che chiude (sic, sob) il primo episodio. C’è anche spazio per Naomi Campbell, che in fin dei conti interpreta se stessa e, in fin dei conti, è una presenza inutile. Non mancano i grandi serial killer del passato (Gacy, Dahmer, Wuornos e Zodiac), infilati a fatica, come in un armadio pieno, in un unico episodio come a voler dire “I Serial Killer sono macabramente fighi, mettiamone un’accozzaglia, che tanto funziona”. In realtà a funzionare sono solo le presenze femminili: Lady Gaga, magneticamente erotica (capace di una recitazione d’alto livello) e Angela Basset, focosa diva decaduta della “blaxploitation”, oltre al James Patrick March di Evan Peters, inquietantemente divertente. L’atmosfera, vuota, è quella di un videoclip anni 80′ piena di neon e sintetizzatori (dominanti nel tappeto musicale). Una serie nata nell‘era Hispter e che a tal pubblico è rivolta: quelli che si lasciano crescere la barba oltre le ginocchia per sentirsi dire “ehi che barba!”, che si mettono in sella alla bicicletta arruginita perchè è vintage senza prima farsi l’antitetanica (seguendo l’equazione secondo cui più è infetta, più è di moda) e che pur avendo soldi per “fare una guerra” professano una più morale (e radical) povertà. La serie è stata rinnovata per una sesta stagione e l’interrogativo è simile a quello che c’è da porsi per un’altro show del genere, “The Walking Dead”: dopo aver concesso tanto tempo e stagioni vedremo, finalmente, qualcosa?

Giacomo Capellini

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