L’ultimo in…due

raoul bova 1

Dal 9 al 26 marzo al Teatro Ambra Jovinelli di Roma va in scena “Due” di Miniero e Smeriglia per la regia di Luca Miniero. I protagonisti sono due grandissimi attori, Chiara Francini e Raoul Bova. Youbee in collaborazione con Radio Godot ha scambiato due chiacchiere con Bova per parlare dello spettacolo

Questo spettacolo segna il tuo ritorno al teatro dopo circa vent’anni in cui ti sei dedicato al cinema e alla tv.
Si, ma non specifichiamo bene gli anni altrimenti si capisce quanto uno è grande; diciamo che dopo qualche anno di assenza dal teatro, torno al teatro.

E com’è questo ritorno? Cosa senti? Cosa provi? Che effetto ti fa?
Io sinceramente non è che ci abbia pensato moltissimo, perché molti fanno la differenza tra il cinema ed il teatro; fondamentalmente io mi sono lasciato trasportare dal Fato. E’ arrivato questo testo, al momento giusto e anche nelle circostanze giuste perché era anche un periodo piuttosto tranquillo, era un testo che mi ha colpito particolarmente.. e ho deciso per il si. E adesso sono a teatro ed ogni sera mi sorprendo sempre con una cosa diversa. Quindi sarebbe difficile dire come la sto vivendo, sono talmente “nel mezzo” della situazione che me la sto godendo in pieno e sto vivendo tante belle emozioni nuove ed esaltanti.

Raoul, perché hai detto di si proprio a questo testo. Insomma, dopo cosi tanti anni di assenza dal Teatro, perché hai deciso di tornarci con questa commedia.
Partire subito con il teatro classico mi sembrava esagerato, non mi sentivo pronto e non volevo farlo. Era forse troppo per me all’inizio e questo è un testo moderno in cui si possono riconoscere tante persone, sia uomini che donne: c’è l’essenza dell’uomo e l’essenza della donna, ovviamente in chiave di commedia. Ti faccio un esempio banale: un uomo che monta un letto. Beh noi uomini tendiamo a fare sempre di testa nostra, non amiamo leggere le istruzioni e allora può capitare che il letto venga montato male. E quindi poi inevitabilmente arriva la nostra compagna che ci dice “ricomincia da capo, leggi le istruzioni!!”. Ecco, questo montaggio del letto rappresenta un po’ anche l’essenza della relazione tra uomo e donna.

Rievoca proprio il rapporto di coppia?
Si, soprattutto le paure del rapporto di coppia: la paura del matrimonio, del futuro, di quello che sarà poi il rapporto. Perché, sai, stare insieme è una cosa, poi quando arriva il matrimonio è un’altra cosa. A tutti piace l’idea del matrimonio, ma poi fa anche molta paura. Quando si pensa al matrimonio ci sono sempre due sentimenti contrastanti: da una parte una grande felicità, dall’altra una grande tristezza perché pensiamo sia la fine del rapporto. E quindi da un lato lo si vuole, dall’altro si ha paura perché rappresenta comunque un passo importante. Non lo vedi quasi più come l’inizio di una felicità, di un amore eterno, ma si ha un po’ paura che sia invece una fine: la fine che l’uomo si mette sulla poltrona, telecomando alla mano e la donna …

Lo interrompo. E invece non è così? Mi risulta che sia cosi comunque, no?
(sorride) E Mamma mia però sei proprio donna tu eh. No dai cerchiamo di sperare che comunque ci siano delle cose positive. L’aspetto fondamentale – che poi emerge anche dallo spettacolo – è che noi non ci amiamo mai per come siamo veramente. Ognuno di noi ha un ideale di uomo o di donna che gli è stato inculcato quando si era bambini e pensa che l’uomo o la donna ideali debbano essere in quello specifico modo. Però in realtà non guardiamo bene negli occhi con chi stiamo, ed è un vero peccato perché poi non si perdona niente, basta sbagliare una cosa e poi si è pronti a recriminare o rimproverare.

Ma questo solo nel matrimonio o anche nella convivenza?
Anche nella convivenza si, però il matrimonio è una responsabilità in più. Anche perché fino a che uno è fidanzato, in qualche modo “si contiene”. Dopo il matrimonio, invece, svela tutte le carte ed anche i propri difetti.

Quando si parla di rapporti di coppia, spesso si parla anche di “pause di riflessione”. Tu pensi che questo sia un metodo che possa servire alla coppia o sia invece un modo di non affrontare l’inevitabile?
Le pause di riflessione sono un po’ l’anticamera della fine di un rapporto, però non si sa mai. Bisogna anche pensare che ciascuno di noi ha i tempi e i modi per affrontare le difficoltà. Io penso che le pause di riflessione possano servire, ma se fatte all’interno della coppia, quindi non nella loro accezione più comune. Credo che i problemi vadano risolti all’interno della coppia, comunicando.

Volgendo lo sguardo a tutta la tua carriera si può affermare che tu abbia interpretato quasi sempre ruoli “da buono” e che tu abbia quasi sempre indossato la divisa delle forze dell’ordine. Tra i tanti ricordiamo “Ultimo”, “Palermo Milano solo andata” e “Sbirri”, il documentario in cui tu hai vissuto fianco a fianco per mesi con i poliziotti. Ti è mai capitato di sentirti, nel tuo vivere quotidiano, un vero e proprio poliziotto? Di sentire l’impulso di voler intervenire come se fossi un poliziotto?
Si. C’è da dire che, anche se non si ha l’autorità “giuridica” per intervenire, si ha quella umana, che è un vero e proprio istinto. Quando assisti ad una ingiustizia, l’istinto non ti lascia nemmeno il tempo di ragionare se sia il caso di intervenire o meno. Lo fai e basta. Mi è capitato, si, a prescindere dal discorso del poliziotto o meno. Io ho sempre avuto un istinto di protezione per le persone più deboli. Spesso mi chiedono perché io abbia interpretato sempre e solo il ruolo del “buono” e quasi mai quello del “cattivo”. Perché, in fondo, ho sempre pensato che sia più facile interpretare il cattivo, interpretarlo e farlo. Ho reputato sempre più interessanti i buoni perché, purtroppo, il loro sforzo, il loro sacrificio non viene mai ripagato né a livello morale né a livello economico. I cattivi, invece, guadagnano bene, sono contornati da donne e da automobili. I buoni, invece, quello che fanno, lo fanno per un ideale e questo io lo trovo molto più interessante.

Ti riferisci anche a tutta quella che è la fascinazione televisiva e cinematografica riguardo all’epica del cattivo che sembra avere sempre un appeal più forte
Esatto, si. Sia al cinema che nella vita di tutti i giorni. Quando ho interpretato “Ultimo”, durante un’intervista al vero “Ultimo” gli ho chiesto cosa lo spingesse a fare tutti quei sacrifici. Ricordo che mi disse che è fin troppo semplice minacciare qualcuno più debole, quello che è più difficile e che ti rende diverso è trovare il coraggio di affrontare qualcuno che è molto più potente di te e che ha più armi a disposizione rispetto a te. (si riferiva ovviamente al crimine, alla mafia, n.d.r.). I cattivi sono spesso dei vigliacchi.

Quest’anno sei stato ospite anche al Festival di Sanremo. Chi avresti voluto vincesse?
(Esita un istante e poi …) E’ andata bene cosi, va bene così come è andata.
E questo è un altro termine, prima si parlava di vigliacchi, adesso di paraculi. Si ride.

 

Di Alessia Pellegrino e Giacomo Capellini

 

 

 

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