Maurizio Vercon – Slice of Heaven

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A volte succede che un album, dal titolo stesso “Slice of Heaven”, sembra quasi una dichiarazione d’intenti, che l’autore voglia dare a intendere che il suo CD possa regalare a chi l’ascolta un pezzo di Paradiso. Ma lui stesso ci blocca e chiarisce subito che in realtà fa riferimento a delle circostanze di vita che lo hanno fatto sentire in tal modo, che gli hanno dato la serenità e la concentrazione giusta per fare questo disco.

Per farsi subito un’idea di chi sia l’artista Maurizio Vercon, in difetto di ascolto del CD si può leggere la sua bio, ma è più funzionale fare l’opposto: ascoltando il CD non si può non intuire che lui sia un arrangiatore e musicista molto ricercato, con tante collaborazioni importanti all’attivo, e che questo sia “solo” il suo terzo lavoro solista perché lui non ha così tanto tempo e modo di rinchiudersi in studio. Infine leggervi sul retro il nome prestigioso di Videoradio, ovvero Giuseppe Aleo, fuga ogni dubbio: si ha per le mani l’opera di un maestro delle sei corde che non si trova tutti i giorni.
Del resto, non crediate che personaggi come Charlie Morgan, Luca Colombo, Ricky Portera, Fabio Valdemarin e Paolo Muscovi, o il Frank Gambale del precedente CD, si mettano agli strumenti con chiunque. Devono essere ben convinti di quello che fanno, della bontà del progetto e della bravura di chi lo propone, quindi si capisce che ci deve essere più di una ragione valida per mettersi all’ascolto di Vercon.

Il bello di Maurizio, uno degli svariati, è che dalle sue canzoni lui ci lascia soltanto intuire che, se volesse, potrebbe lasciarsi andare a toccare ritmi e velocità notevoli. Invece no: già dall’inizio, dai primi brani, si intuisce che non lo farà, che non si esibirà in assoli spericolati, anche se questo è il lavoro solista di un virtuoso. Del resto la tecnica non fa la bravura, o meglio la fa solo in parte, visto che è qualcosa che con l’esercizio e la volontà molti possono raggiungere, mentre il gusto è qualcosa di innato, di naturale, che si può affinare ed evolvere, ma di base ci deve essere. Ed è qui che Vercon eccelle: nel tocco, nella fantasia, nel saper creare melodie che rimangono impresse.
Questo lo mette anche in contrapposizione, in evoluzione e maturazione, rispetto ai suoi due precedenti lavori, dove invece le cascate di note sono come ci si aspetta. Ma coloro che lo conoscono di già non rimarranno certo delusi.

Vi ho già anticipato quindi che le canzoni che incontreremo lungo “Slice of Heaven” sono perlopiù tranquille, mezzi tempi, anche se non necessariamente ballate. Ora ve lo posso dire: in questo disco si canta molto. Nel senso che le melodie rilassate risultano così accattivanti che non è difficile avere voglia di canticchiarle tra sé mentre si ascoltano.
Si parte subito con “Vita” e con la prima collaborazione, con il chitarrista Luca Colombo, e già si possono gustare le prime arie da cantare, poi a un certo punto si ha una specie di controcanto chitarristico, per cui le note armonizzate si alternano tra canale destro e sinistro, che dà un effetto come se stessero suonando ai nostri lati, mentre la linea principale rimane al centro della scena. In fondo il pezzo prende ritmo, e arrivano le prime cascate elettriche e i duetti tra Luca e Maurizio.
Stesso copione su colori differenti per “Valzer”, anche se un poco più lenta, più ballata.
La terza “Indians” è con Ricky Portera, storico chitarrista degli Stafio. Dopo una partenza molto morbida i toni si alzano, e i due giungono all’obiettivo di farci sentire quanto siano bravi e quanto bene se la intendano assieme.
Con “My godness” entra in scena la collaborazione tra le più ripetute nel disco: Charlie Morgan, batterista di Elton John per diversi anni, di cui tra l’altro Vercon è grande estimatore e membro della cover band ufficiale europea. Bel pezzo armonico e armonioso, con i suoi punti lenti e veloci.
Così l’album prosegue tra atmosfere emozionali, in cui Maurizio è bravo a farci notare la sua capacità di comporre melodie che restano in testa.
Il brano col tastierista Valdemarin, protagonista dell’assolo di fender rhodes sul finale, è un gran Funky, ritmato ed energico, e non a caso dal titolo “Funk”. Ancora dal ritmo notevole “11:11”, ancora con Morgan, guarda caso undicesima canzone dell’album.
Ma questi pochi tratti scritti non vi possano far capire tutto quello che c’è in questo e altri pezzi, per i cambi di passo e sound che si susseguono, sarebbe troppo complesso,e noioso, Meglio ascoltare.

Da segnalare il tratto finale di “The witch”, in cui dopo una partenza rilassata si arriva a un notevole assolo Fusion, dove tutta la band si diverte e dà il meglio di sé con controtempi e una progressione che si fa davvero notare.
Sorpresa finale: la cover di “Purple rain” di Prince, pleonastico a dirsi, che prima di arrivare all’amato solo finale ben tirato e di tapping, personalizzato dal nostro, troviamo il cantato di Andrea Longo in pieno stile Leonard Cohen, di cui Maurizio è un grande ammiratore.

Riflessioni finali su questo album. Non è un CD di un virtuoso per amanti solo di scale a pioggia, ma un’opera che si sa far ben apprezzare per la varietà, la bravura tecnica e soprattutto compositiva in chiave morbida e riflessiva. Un ascolto molto piacevole e consigliato per chi non cerca solo il testo nelle canzoni.

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