Non ci sono più i golpe di una volta

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Il tentativo di deporre Erdogan ha prodotto qualche centinaio di morti ma, come si usa dire in questi casi, si è rivelato un colpo di Stato da operetta, risoltosi in poche ore, durante le quali – secondo indiscrezioni incontrollate – l’aereo del presidente della Repubblica vagava errabondo tra i cieli d’Europa

Non ci sono più i golpe di una volta. Neppure in paesi come la Turchia, che hanno una certa dimestichezza con la prassi di rovesciare i governi manu militari. Il tentativo di deporre Erdogan ha prodotto qualche centinaio di morti ma, come si usa dire in questi casi, si è rivelato un colpo di Stato da operetta, risoltosi in poche ore, durante le quali – secondo indiscrezioni incontrollate – l’aereo del presidente della Repubblica vagava errabondo tra i cieli d’Europa.

Leggeremo avidamente le ricostruzioni documentate dell’insuccesso. Di primo acchito, si è tentati pensare che il fallimento sia dovuto all’imperizia dei suoi architetti, come se la fazione ribelle dell’esercito avesse voluto emulare il manipolo di ufficiali mediocri e maldestri irrisi da Mario Monicelli una quarantina di anni fa in Vogliamo i colonnelli. In realtà, attaccando i palazzi del potere e occupando le sedi dei mezzi di informazione, i militari dimostravano di aver studiato il manuale del bravo golpista. Salvo rendersi conto troppo tardi del rapporto granitico costruito nel tempo da Erdogan con gli apparati di sicurezza, compresa una parte cospicua delle forze armate. E sottovalutando, con ogni probabilità, il consenso che il presidente mantiene fra i cittadini ed è in grado di mobilitare utilizzando le tecnologie comunicative del nuovo millennio. La velocità di diffusione del suo appello a resistere al colpo di Stato ha compromesso, in una manciata di minuti, la riuscita di un piano preparato per mesi. Forse trascorsi a cesellare, parola per parola, il proclama golpista da leggere in TV, che paradossalmente inneggiava a libertà e democrazia, ma risultava inadatto a persuadere una popolazione in buona misura orientata a sostenere la linea di Erdogan.

La rapidità e la prontezza con cui le autorità turche hanno reagito all’emergenza, sfruttando l’occasione per regolare su larga scala i conti in sospeso con oppositori e non allineati, possono suscitare sospetti complottisti. Ma anche essere intese come il frutto della costante opera di smantellamento della democrazia turca da parte di un leader legittimamente eletto e tuttavia refrattario ad accettare i requisiti – il pluralismo politico, culturale e religioso, la tutela delle minoranze, la separazione dei poteri, la garanzia delle libertà individuali e pubbliche – che permettono alle procedure democratiche di funzionare. La torsione autoritaria, oltretutto, è impressa da Erdogan in nome di un neo-nazionalismo costruito, diversamente dal passato, sull’identità religiosa islamica, suscettibile di sconvolgere l’eredità politica della Turchia novecentesca.

I tempi della democrazia, scanditi dal susseguirsi di verifiche, controlli, contrappesi, sono inevitabilmente più lunghi. Ma se diventano biblici, come di regola accade nella politica europea, i preziosi anticorpi contro l’autoritarismo sconfinano in una lentezza patologica. Fra i numerosi esempi, quello della Brexit è paradigmatico. In pochi giorni, il risultato del referendum del 23 giugno è stato in grado di terremotare gli ambienti finanziari e disarcionare i principali leader britannici, ma non di sfuggire alle sabbie mobili in cui affonda ogni tentativo di revisione sostanziale dell’Ue. A un mese dai fatti, l’orizzonte resta decisamente nebuloso. Sarebbe ingeneroso addossare interamente la responsabilità di questa apatia alle istituzioni sovranazionali di Bruxelles, anche se difficilmente sarà tramandata ai posteri l’efficacia dei loro massimi rappresentanti nel trasmettere all’opinione pubblica il valore dell’unità europea.

Se quest’ultima è ben lungi dal compiersi, tuttavia, la ragione risiede soprattutto nell’inerzia dei governi nazionali, a partire da quelli che avrebbero la forza, il prestigio e le risorse intellettuali per progettare e realizzare un effettivo avanzamento dell’Unione. Al vertice di questa eletta schiera spicca la Germania. Con l’eccezione della questione migratoria, su cui peraltro si è più volte contraddetta, Angela Merkel dà prova di una tendenza a temporeggiare, rinviare ed eludere i problemi, in cui riecheggiano in qualche modo – e non certo nella cura ossessiva del debito pubblico – i noti fondamenti dell’andreottismo. Il cui contributo all’integrazione europea, a fianco di Kohl e Mitterrand, fu però tutt’altro che disprezzabile. Il tempo dirà se analogo giudizio si potrà dare della prudente e indecifrabile cancelliera.

 

 

Stefano Quirico –alessandrianews.it

 

 

 

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