Northern lines, The fearmonger. Un concept che fa paura

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Quando un concept album viene sviluppato senza testi, ci deve pur essere un altro modo per comunicare quello che si intende dire. Rimangono solo i titoli delle canzoni e la musica stessa, a cui viene dato il compito di trasmettere tutto quello che gli artisti, gli autori volevano dire. I Northern lines hanno affrontato un tema di non poco conto, e ce ne parlano volentieri tutti e tre.

Siamo qui con tutti e tra i romani Northern lines per parlare un po’ di questo loro album “The fearmonger”.
C: “Buonasera a tutti, sono Cristiano Schirò il batterista della band.”
A: “Buonasera, io sono Alberto Lo Bascio, il chitarrista.”
S: “Ciao io sono Stefano Silvestri e raccolgo carta da pacco per i Northern lines [ride, ndr]. Scherzo, suono il basso e il piano digitale.”

Come si può tradurre fearmonger?
A: “La definizione più vicina a cui posso arrivare in italiano è mercante di paura, quindi qualcuno che guadagna nell’instillare paura nella popolazione. Come un mercante d’armi guadagna dalle guerra, il fearmonger, il mercante di paura guadagna in paure. Io ho avuto il piacere di disegnare la copertina assieme ad Andrea Mammarella…”
S: “…Che ti ha comprato i pastelli [ride, ndr].”
A: “[ride, ndr] Che mi ha comprato i pastelli e photoshop. No, Andrea Mammarella è il quarto elemento non ufficiale del gruppo”
C: “Sì è il quarto non dichiarato.”

Avete un asso nella manica: invece di avere un tris, avete un poker d’assi. Ci sono anche piani segreti per avere qualcuno ai pad, ma se ne parlerà in seguito.
A: “[ride, ndr] Esatto, segreti di stato.”

Questo è il vostro secondo album, dove c’è qualche tastiera in più rispetto al primo.
S: “Sì c’è pure un’idea più di concept, più simile agli album del genere. Abbiamo scelto una via, ovviamente a differenza del primo disco abbiamo tentato di fare qualcosa in più, abbiamo messo le tastiere, ma non solo quello. È proprio il come abbiamo concepito il disco che è veramente diverso.”

Vi siete progsterizzati.
S: “Sì, già lo eravamo prima, però adesso di più.”
A: “[ride, ndr] Diciamo più che altro a livello estetico concettuale ci siamo un po’ più… settantizzati?”
C: “Esatto, penso che sia il termine esatto. Il pianoforte e le tastiere in generale si potevano anche sentire, per dire, l’hammond è proprio l’esempio più lampante della nostra settantizzazione.”
A: “Io direi oltre che per i suoni, certo, anche dal punto di vista sonoro, ma soprattutto direi dal punto dei vista compositivo, della stesura del concetto dell’album, perché per quanto in esso appunto non ci sia la voce, “The fearmonger” è un concept album.”

Quindi: avete usato questa parola mercante di paura, è stata fatta la copertina con questi uomini spaventati. Ci deve essere un concetto dietro, e anche se non c’è ve lo dovete inventare. Ad esempio stiamo sentendo “Most people are dead”.
S: “[ride. ndr] No, c’è ed è una notizia che ci sia.”
A: “[ride. ndr] È definitivo. Sì il pensiero dietro al titolo del brano, che poi spero venga rispecchiato dall’atmosfera che va a creare il brano stesso, è che se ci pensi il 99,9 periodico per cento degli esseri umani che sono mai esistiti sono morti. Che è un pensiero molto definitivo e molto triste, però è la verità.”
S: “Però è anche consolatorio, nel senso: tocca a tutti alla fine. Quindi è questo il senso.”
C: “Forse è addirittura liberatorio.”

È una concezione piuttosto interessante.
C: “Ma credo che sia semplicemente un nostro tentativo di dare una propria spiegazione di quello che è la vita. Quindi è una propria interpretazione.”
A: “Io direi: anche se andiamo ad affermare qualcosa di catastrofico, o che lo può sembrare al primo impatto, magari poi non lo è quanto può sembrare. Tra l’altro è l’ultimo pezzo del disco, va a riprendere il tema di “Meteor” che è, chiamiamolo, il giro di boa del disco, che è un po’ direi il brano principale, il brano protagonista. “Most people are dead” va un po’ a riprendere il tema di “Meteor” dandogli una drammaticità, lo rende definitivo. E comunque alla fine ci sono queste chitarre acustiche che vanno a sfumare tutto.”

E poi troviamo anche “Towards the end”. Quindi i titoli, la scaletta dei brani è programmata?
A: “Sì, perché se ci pensi essendo un concept album strumentale, avevamo poco spazio per le parole, abbiamo cercato di gestirlo al meglio possibile con i titoli. Ogni titolo racconta un frammentino di storia, che noi speriamo che ognuno si vada a immaginare.”

Quindi alla fine è un quadro sonoro convincente e interessante, qualcosa che va oltre le note. Anche il nome del vostro gruppo Northern lines ha un certo significato?
S: “Sì ha un significato molto malinconico, diciamo che i nostri 20 anni sono stati caratterizzati da amici, conoscenti e molte persone della nostra età che sono partite e sono andate verso il nord. Inghilterra, Germania, molti paesi che stavano meglio della nostra Italia. Questo ci ha procurato un grande seno di tristezza ma nello stesso tempo anche una voglia di reagire e di ripartire da quello che per noi è fondamentale, che è la musica.”

Anche in “Towards the end” c’è una certa forza, una certa energia, non è qualcosa di malinconico. Non è che se si fa un album malinconico bisogna ispirare tristezza.
S: “No, assolutamente no. Ma poi questo pezzo sembra quell’ondata di follia gioiosa che c’è prima della fine, che sembra una cosa assurda ma è un concetto quasi naturale.”

Andate a dare il like ai Northern lines, andate a vedere quando faranno dei concerti. Ci saranno occasioni per sentirvi dal vivo?
S: “Certamente ci saranno, anche se in questo momento noi, lo avevamo accennato prima adesso lo diciamo, stiamo cercando un quarto componente, un tastierista specializzato nei synth, nei suoni moderni. Sentiamo questa necessità, soprattutto ci siamo resi conto andando live. Quando faremo questo passo importante, e crediamo di farlo nel più breve tempo possibile, allora anche la situazione live partirà al massimo.”
C: “Ma non ci interessano i curricula, preferiamo avere il contatto diretto con la persona interessata. Magari scambiarci due parole, mettersi d’accordo tramite telefono e e poi catapultarci immediatamente in sala prove. Vederci fisicamente.”

Ci sono gruppi Prog formati da due persone ma se dal vivo sono in quattro, cinque o sei è meglio.
A: “Certamente sì. Diciamo che questo bisogno che abbiamo sentito ultimamente è anche sintomo di una voglia di evoluzione sonora, perché andando avanti, soprattutto rispetto al primo album, abbiamo iniziato a renderci sempre più conto che abbiamo un bisogno di una nuova espressione sonora che, non voglio dire che era diventato inevitabile… ma lo dico [ride, ndr].”
A: “L’evoluzione è proprio artistica. Siamo arrivati proprio al punto in cui abbiamo il bisogno fisico di poter esprimere al meglio quello che abbiamo in testa. Quindi credo che la ricerca del quarto elemento, oltre quello che hanno detto Alberto e Stefano, sia anche questo: evoluzione a 360 gradi.”

Stiamo ascoltando adesso “Jukurrpa”. Che significa?
A: “Allora “Jukurrpa” è la parola che hanno gli aborigeni australiani per definire il loro mondo dei sogni, che per loro è un altro mondo fisico, è un altro universo che coesiste con il nostro. Uno sciamano ci può entrare in maniera arbitraria, quando vuole può entrare in questa sorta di trance e accedere a Jukurrpa. In questo mondo dei sogni però puoi fare delle cose fisiche, ha dei riscontri sulla realtà, un po’ come in “Nightmare”. È un concetto che ci ha interessato molto e abbiamo deciso di parlarne.”

Voi siete insieme da 4-5 anni, per fare un concept album del genere quanto ci vuole?
A: “Un anno buono, almeno?”
C: “Guarda, fondamentalmente anche se il primo disco artisticamente è diverso, noi mediamente ci abbiamo messo sempre un anno, un anno e qualcosa. Per questo c’è voluto leggermente di più, oltre alla stesura dei brani, abbiamo speso molto più tempo nella post produzione dell’album vero e proprio. Quindi c’è stata anche una sorta di ricerca: dei suoni, di alcune parti di sintetizzatori, degli strumenti che non erano reperibili fisicamente, quindi abbiamo dovuto cercare di perdere più tempo sotto quel punto di vista. Se posso permettermi di dire una cosa su ”Apathy fields”, ci tenevo proprio perché questo brano è stato fatto praticamente in sala di incisione. Lo scheletro del brano c’era, l’aveva portato Alberto in sala, ne avevamo parlato così, diciamo quasi sporadicamente. I ragazzi l’hanno suonato in presa diretta, alla prima take è uscito il brano dell’album.”
A: “Sì questo brano è stato ideato quasi in studio. È l’unico dell’album con solo una sovra incisione di chitarra, che è la slide che si sente in lontananza, però devo dire che ho avuto un certo impatto emotivo: eravamo io e Stefano in cuffia che ci sentivamo l’un l’altro. Uno, due, tre, quattro: daaan.”
C: “Ovviamente anche senza metronomo eh, quindi è proprio nature [ride, ndr].”

Vi ci è voluto più tempo a registrare o a rifinire dopo?
A: “Diciamo che l’esecuzione in sé ci ha preso una settimana, per finire la post produzione ci sono voluti una decina di giorni. Tutto questo tempo perché comunque volevamo un prodotto rifinito ma non artefatto, quindi nonostante ci sia stato tanto lavoro in post e mastering, l’abbiamo fatto in modo che non risulti che ce ne sia stato molto. Un po’ come i giardini giapponesi, i cui alberi sono storti dall’intervento umano per farli sembrare più naturali possibile. Il concetto che avevo in mente è più o meno quello.”

Seguite i Northern lines per sapere dove suoneranno e porteranno i CD da autografare.
C: “In realtà ci è successo questo [ride, ndr]: ci capita di continuo di scordarceli. Un nostro amico che in Germania ci ha curato la promozione dell’album ci ha chiesto di inviarne due a dei ragazzi tedeschi, solo che purtroppo per vari eventi non siamo ancora riusciti a vederci per firmarli e spedirli.”
A: “No no, ci siamo anche visti una volta, è quello che… [ride, ndr].”
C: “Sì vero, ma ci avevano chiesto una firma un po’ particolare con un pennarello di una colorazione un po’ particolare, e non ci siamo riusciti.”

E come si fa per avere “The fearmonger” senza venire ai vostri concerti?
C: “Uh allora guarda, fondamentalmente un po’ ovunque. Momentaneamente abbiamo avuto dei problemi con le copie digitali, per il momento sono fuori catalogo. Invece le copie fisiche sono disponibili, basta andare sul nostro Facebook a chiedere.”
S: “Lì vi avviseremo anche quando riprenderemo a distribuire il digitale.”

Ci stiamo sentendo “Mast cell disorder”. Che cos’è una mast cell?
S: “Cellula mastocita malata.”
A: “Il concetto non è leggero. Siccome nell’album non abbiamo parole ed è un concept album, dovevamo iniziare da qualche parte. Si parla della paura della morte, della paura della vita: cos’è che può far scattare questa paura immobilizzante della vita e della morte?”
S: “La malattia. Anche se lo sappiamo già tutti, se uno sa che deve morire in un determinato giorno, allora lì la cosa cambia.”

Ma “Shockwave” come si inserisce nel vostro discorso?
S: “Beh lo shockwave è quando il nostro ipotetico protagonista scopre di avere questa malattia e ha uno stato di shock e di rabbia potentissimo, e quindi per noi in senso musicale si traduce in un pezzo Hard rock che ha le sue radici nei Black sabbath. È inutile che ci nascondiamo, anzi lo rivendichiamo proprio con orgoglio.”

È quasi l’ora dei saluti finali. Ma quando è uscito il vostro album? Siete in fase compositiva per un nuovo lavoro?
A: “Cristiano dovrebbe ricordarselo.”
C: “Non ricordo il giorno preciso ma è uscito verso fine gennaio 2017. Abbiamo appena iniziato a fare qualcosina.”
A: “Sì perché le idee sono talmente tante [ride, ndr] che è diventato quasi un problema perché con tante idee ci serve un concetto che le raggruppi. Per adesso non sappiamo se faremo un altro concept.”

Vi piacerebbe avere una figura che metta parole sulla vostra musica o continuerete con lo strumentale?
A: “Io non se sento ancora il bisogno.”
S: “Non sappiamo come risponderti perché fondamentalmente non lo sappiamo nemmeno noi. Nel senso che noi andiamo avanti e di passo in passo quando sentiamo l’esigenza di qualcosa poi la facciamo.”
C: “Forse l’unica risposta certa è che non sappiamo dirti né sì né no, nel senso che è molto probabile ma è anche molto probabile che non ci sia, che non ci sarà.”

E con questa domanda a sorpresa vi devo salutare davvero. Ricordo di seguire il Facebook dei Northern lines per i futuri concerti, dar loro il like e avere “The fearmonger” disponibile nelle piattaforme fisiche e presto anche nelle digitali.
A: “Intanto grazie a te per averci ospitato.”
C: “Ciao, grazie mille.”
S: “Grazie a tutti, dai, a chi ci ha ascoltato soprattutto.”
A: “E se non conoscete i Black sabbath andate prima ad ascoltare loro [ride, ndr].”
S: “Come diceva Morricone: “ascoltate Mozart e non me” [ride, ndr].”

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