OAK, Giordano Bruno. Un’Opera rock che torna nel passato

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Nella propria vita può capitare di essere colpiti e affascinati completamente dalla storia e vicende di personaggi realmente esistiti. Al punto tale da voler rendere proprio questo racconto, da volerlo rielaborare per renderlo artisticamente ancora più affascinante. Se ai testi ci aggiungiamo la musica adatta il gioco è fatto, se poi chiamiamo tanti ottimi amici artisti a darci una mano si va ancora più in là. È ciò che ha fatto Jerry Cutillo con “Giordano Bruno”.

E sulla remissionem peccatorum di “Liber in Tiberi” siamo qui con Jerry Cutillo.
“Cadiamo proprio sulla remissionem peccatorum eh [ride. ndr].”

Allora, “Liber in Tiberi”: Giordano Bruno che getta questo libro nel Tevere dopo che ha visto le meretrici e gli uomini di chiesa che sbavano loro dietro, le toccano.
“Sì è la delusione che proviamo tutti noi quando speriamo in qualcosa e poi ne veniamo delusi, inevitabilmente. È un tema molto ricorrente di questi tempi.”

E lui aveva proprio portato il suo libro al Papa, però ha visto quella scena. Giordano Bruno ha una storia che ha affascinato te e poi sei riuscito ad affascinare David Jackson, portandolo a Campo de’ fiori sotto la statua di Bruno, e l’hai coinvolto in questo progetto.”
“Mah, la cosa più bizzarra è che comunque quella visita alla statua di Bruno in piazza Campo de’ fiori, insieme a David Jackson e anche a Martin Allcock, avvenne nel 2011 quindi di “Giordano Bruno”, parlo dell’opera, ancora non si sapeva nulla. Questo sono le cose che fanno piacere, qualche sogno che uno tiene nel cassetto e che poi riesce a realizzare, quindi sì, il vero successo per quanto mi riguarda è questo qui.”

Io mi sono veramente stupito, ma voi avete capito in che lingua Jerry ha cantato questa canzone “Liber in Tiberi”?
“In latino, che comunque è stata una lingua sfortunata perché perse, come il francese in seguito, la battaglia contro l’inglese che ormai impera. La storia è fatta di tanti fati, tante casualità, e a quel tempo il latino era la lingua più parlata in Europa, nel vecchio mondo, perché l’America era appena apparsa.”

Stiamo sentendo una canzone in un’altra lingua, non è un album tutto in latino. Cosa è?
“Tedesco. “Wittenberger fuchstanz”, la volpe di Wittenberg, che è una città della Sassonia, dove Giordano Bruno ha insegnato alla locale università per 2 anni.”

Tu conosci a memoria la storia di Bruno, perché se riesci a coinvolgere altri musicisti a questi livelli la sai bene. Ma da dove nasce il fascino di Giordano Bruno per te?
“Mah, sai, quella statua è una figura che ti mette inquietudine, però non è soltanto quello. La mia storia forse è legata alla piazza di Campo de’ fiori, dove io avevo un anno e il mio papà mi pulì alla fontana di fronte al cinema Farnese, per cui c’è sempre questo alone di familiarità in quel posto. Non conoscevo molto la storia di Giordano Bruno fino al momento che decisi appunto di approfondirla, comprai tanti di quei libri che potevo farne un castello. Passai l’estate tra i volumi sulla vita di Giordano Bruno per poi prenderli e buttarli come fece lui col suo libro dono per Pio quinto, che poi non gli arrivò perché lo buttò prima. Comunque ecco, per farla breve, stanco di tutte queste storie incrociate, alcune anche poco simpatiche rispetto alla figura di Giordano Bruno io ho scelto la fantasia. Quindi ho la mia interpretazione di alcuni fatti in base ovviamente alla conoscenza degli stessi, insomma ho fantasticato.”

Ma questa sotto in “Wittenberger fuchstanz” non è la tua voce. Di chi è?
“No, è di Jenny Sorrenti dei Saint Just. Lei fa la volpe, ma lei è una di quelle persone che sai già quello che faranno e sai con certezza che ok, lo faranno bene perché era già successo. Nell’album “Viandance” c’era “My own man” dove lei verso il finale si è prodotta in una strofa, così, di sana pianta. Adesso non vi cito tutta la storia del brano che è lunghetta, è un brano dedicato a mio padre che era scomparso di recente, mio padre di origini campane quale io sono, e lei appunto cantò in dialetto napoletano queste strofe.“

Ma quanti ospiti hai avuto in questo album?
“Tanti, non c’ho la lista però mi ricordo di David Jackson, Valentina Ciaffaglione e Jenny Sorrenti come cantanti, poi Shanti Colucci e Guglielmo Mariotti Pirovano in concerto con me al Planet il 18 febbraio per il release party. Io e te discutevamo sull’importanza di avere un gruppo e sul significato di gruppo che si può dare ai nostri giorni. Senza fare storia della musica, negli anni addietro per gruppo si intendeva un insieme di persone che dividevano e sostenevano tutto all’interno di esso, vale a dire spese, oneri, successo, risultato etc. Ora ahimè di gruppi così non ne vedo più: ci sono musicisti che suonano con te e con altri, o stanno con te fino a quando il gioco vale la candela, altri sono dei session man rinomati e danno il loro contributo, ma non c’è più il gruppo come una volta. Questo però non deve spaventare ma deve orientarci verso un futuro che non è più quello a cui eravamo abituati: ad avere capi di progetto più che gruppi.“

Io so che a David Jackson la canzone “Circe” piace molto, mi ha detto che ha un’armonia complessa.
“Sì in “Circe” sul finale c’è Anna Maria Manzi che fa dei vocalizzi molto brevi. Ringrazio David per i suoi complimenti. Dai tempi di “Shaman feet”, quando andammo a registrare a Banbury in Inghilterra, lì già era scattata questa empatia, questa connection tra noi.”

Se uno volesse il CD e gli LP di “Giordano Bruno” che sono usciti, come potrebbe fare per averli?
“Negli LP trova anche il CD, ma solo per il CD si deve rivolgere a Iaia De Capitani, la distributrice con la quale ho firmato il contratto discografico. Lei lavora per Aereostella, la stessa casa della PFM. Mi ha detto che per lei questo è un lavoro particolare e quindi il formato deve essere unito, un doppio LP incluso il CD. Poi c’è il download digitale, si può acquistare in numerosi digital store, ho una lunga lista. Ma di commercializzazione io non ne so molto, forse non interessa chi ascolta in chiave “Giordano Bruno” ma in effetti nell’85-86 ebbi una canzone [“We just” con lo pseudonimo Moses, ndr] disco d’argento che fu pure la sigla di Discoring e scalò le classifiche europee, in particolare in Olanda andò al numero uno, e io come un pirla invece tornai sui miei passi un po’ deluso da tutto il baraccone mediatico che si era messo in moto, sono tornato sui miei passi per fare, diciamo, la fame [ride. ndr]. Quindi non prendete spunto da me se volete diventare ricchi col la musica [ride. ndr].”

Magari per diventare ricchi con la musica bisogna fare quello che altri dicono di fare, e non seguire le proprie aspirazioni, le proprie idee e le proprie canzoni. Bisogna fare quello che fa vendere.
“Ci riflettevo: fare musica oggi è come aprire un negozio di CD, il fallimento è assicurato. Però, domanda: perché qualcuno continua a farla, con esperienza, con il cuore, con sacrificio? Probabilmente perché è una missione, però ci ritroviamo soli, in solitario.”

Hai fatto questo lavoro in più lingue: italiano, latino, inglese, tedesco. Come mai questa varietà?
Perché una delle prerogative di Giordano Bruno sono state sicuramente i suoi viaggi, è stato un perseguitato continuo per cui ha cercato di cambiare aria, di mettersi alla prova in altre situazioni. Dal convento di Napoli lui si trasferì in un primo momento a Roma, poi ne è fuggito, è stato a Ginevra, a Parigi alla corte del re Enrico terzo, è stato a Londra ospite nel palazzo di sir Philip Sidney, per poi andare anche a scontrarsi con i dottori di Oxford, dell’università di Oxford, molto bigotti a suo dire. Poi è andato in Germania, è stato un lungo peregrinare e per fortuna che l’America era ancora una terra vergine, perché sicuramente sarebbe emigrato lì.”

Quanto tempo ci vuole per tirare fuori un’opera così complessa?
“Dipende da quanto ci lavori, io ci ho messo un anno e mezzo. Conosco gruppi che ci mettono 7 anni per fare un album, io in effetti mi sono trovato anche in imbarazzo perché ho visto delle persone veramente imbarazzate dietro a questo risultato ottenuto in non molto tempo. Quando componi, lavori a qualcosa in un progetto che hai nella mente, hai il terrore di non poterlo portare a termine, per cui il tempo si dilata, si altera, la percezione dei minuti cambia, e io non avrei trovato pace fino a quando non avessi finito questo lavoro insomma. Ringrazio Dio che mi ha dato la forza di portarlo a termine, perché ne sono orgoglioso.”

Non è stato per niente facile, capisco. Raccontare una storia, una Prog opera in questo modo va aldilà del concept album, è di più. Come fare in 70 minuti a raccontare tutto quanto? E cosa stiamo ascoltando?
“Sì, bisogna avere uno spirito analitico. Stiamo ascoltando “Danse macabre”, il compositore è francese, Camille Saint-Saëns.”

Qui sei tu che suoni il flauto, anche dal vivo col tuo mantello svolazzante.
“Ahimè presentare dal vivo qualsiasi progetto musicale diventa sempre più difficile, perché ci vuole competenza, ci vogliono i mezzi e quindi i soldi, perché la professionalità costa e si paga a caro prezzo. Sono contento che sia piaciuto lo spettacolo e ringrazio tutti, però posso garantirvi che il gruppo era al 30-35 per cento [non essendo tutti di Roma, ndr], c’è una discrepanza tra questo genere musicale e il fatto di non provare abbastanza, perché il Prog fa rima con prove, prove, prove… Chiaro che non si parla di gruppo anche per questo motivo, perché se le prove non le fai non si può parlare di gruppo, che ha bisogno di coesione e sudore condiviso. Quando non c’è o c’è ma per un periodo troppo breve è sicuramente insufficiente. Ma noi, i musicisti italici, siamo straordinariamente preparati e quindi cerchiamo di mandare avanti la baracca anche con i pochi mezzi a disposizione.”

Parliamo del tuo progetto OAK, quercia, acronimo di Oscillazioni Alchemico Kreative.
“Mah, la mia concezione di gruppo è un po’ quella frippiana, Bob Fripp [ride, ndr] parlava dei King crimson quasi come un’entità astratta, dove nessuno aveva bisogno di dire nulla perché si dava per scontato che le cose sarebbero andate comunque. Bob Fripp e i King crimson forse sono la stessa cosa, ma ci sono tanti esempi di nuclei artistici che non fa alcuna differenza chiamarli con nome o cognome o il nome della band, perché quello che importa è la musica e quello che riescono a produrre. Poi sai, su certe cose anche per generosità uno parla al plurale, però la verità rimane. Io gli OAK insisto a definirlo un gruppo perché mi piace proprio il concetto di gruppo, perché è soltanto insieme che si possono fare le cose, che si può cambiare il mondo, però ovviamente ripeto la concezione di gruppo è molto cambiata rispetto al passato. Sono sicuramente a favore di un gruppo aperto, in effetti i partecipanti a questo album sono talmente numerosi che è anche difficile per me elencarli tutti, ma tutti hanno dato il loro contributo, sono stati risolutivi e quindi ringrazio tutti e do appuntamento a loro ma anche ad altri per la prossima opera.”

Hai già qualche progetto, Jerry Cutillo ha qualche idea per il futuro?
“Da questo punto di vista mi sento molto beatlesiano: i Beatles non facevano concerti ma soltanto dischi capolavoro. Però certo c’è questo animale dentro che mi trascina sempre sul palchi umidi, sudici e quant’altro [ride. ndr]. Quindi la mia natura da Rock’n’roll animal è sempre in contraddizione con quella di uomo di studio.”

Però a te piace molto fare musica e la stai continuando a fare anche in progetti collaterali, anche per conto tuo, ad esempio accompagnando Carlo Massarini.
“Sì queste sono tante piccole soddisfazioni perché io ho cominciato a suonare ascoltando le trasmissioni radiofoniche di Cascone e Massarini, quindi parlo di Popoff, Supersonic, Per voi giovani e poi c’è anche Maurizio Baiata. Io ho cominciato ad ascoltare il Prog e il Rock leggendo Ciao 2001 e lui scriveva lì. Sono testa a testa con lui perché abbiamo veramente una buona unione, e lui mi ha suggerito a Carlo Massarini per questa sorta di juke-box all’idrogeno che presenteremo, questo “Absolute beginners” che è l’ultimo libro scritto da lui, che sarà anche cantato e suonato da me. Quindi fa parte un po’ di quel progetto multimediale di interazione tra varie discipline.”

Che cos’è un’oscillazione alchemico creativa?
“Beh, l’oscillazione del pendolo, qualcosa che non sta mai fermo. Alchemiche perché comunque l’alchimia significa che tu provi a mettere un pizzico di quello e un pizzico di questo, e no sai ancora quello che uscirà. Creative perché è un processo il più creativo che possa esistere, anche perché oak, quercia, è un nome talmente banale che ho scoperto un po’ negli anni che è come dire Coca cola. Nei paesi di stampo anglosassone è super inflazionato: royal oak, golden oak, ce n’è per tutti i gusti. Quindi mi è sembrato giusto differenziare un po’ il discorso e quindi farlo diventare un acronimo, possiamo pronunciarlo all’italiana.”

È previsto qualche video, lyrics video?
“Intanto abbiamo il materiale del concerto, buon materiale, e qualcosa di girato da un registra tedesco che qualche mese fa è venuto, siamo andati sulla spiaggia di Castel Fusano con la telecamera, poi siamo andati al lago di Martignano, quindi dobbiamo soltanto assemblare le cose per benino e sicuramente fare qualcosa che duri poco, perché non c’è più tempo per sedersi e vedere o ascoltare qualcosa, bisogna veramente fare in frette, bisogna sbrigarsi. Io francamente ho i miei dubbi che questo porterà l’umanità a qualcosa di buono ma forse soltanto a qualcosa di superficiale. Però bisogna dimostrare a noi stessi di saper stare al passo con i tempi e i tempi corrono.”

Ma è l’ora dei saluti. Grazie a te Jerry per essere stato qui con il tuo “Giordano Bruno”.
“Grazie a te, arrivederci, ciao a tutti.”

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