Ogni volta che guardi il mare

18934

 

Ci sono storie che toccano il cuore, storie di coraggio e di forza d’animo che ti fanno interrogare sul senso della vita e dell’esistenza. Storie in cui l’amore e la violenza si mescolano, in cui i legami di sangue si trasformano in legami di morte.

Come la storia di Lea Garofalo, brutalmente assassinata dalla mano spietata della ‘ndrangheta. Non da una mano qualunque però. Dalla mano di chi avrebbe dovuto difenderla, dalla mano di chi avrebbe dovuto essere il suo rifugio, la sua famiglia.

 

Dal 9 al 21 febbraio al Teatro “Lo Spazio” di Roma va in scena “Ogni volta che guardi il mare” di Mirella Taranto, con Federica Carruba Toscano, adattamento e regia di Paolo Triestino.

Abbiamo deciso di approfondire questa storia proprio con lui, e lo abbiamo “intercettato” sulle verdi colline umbre. Ha accettato volentieri di parlare di “Ogni volta che guardi il mare” con noi di Youbee.it perché “è dal 1978 che faccio questo mestiere, sono circa quarant’anni, ed ho curato anche molte regie, come in questo caso, ma io credo che questa sia la cosa più emozionante che io abbia mai fatto nella mia vita”.

 

“Ogni volta che guardi il mare” è un monologo dedicato a Lea Garofalo, uccisa dalla ndrangheta nel 2009 per mano del suo compagno, quando aveva solamente trentacinque anni. Ma Lea non è l’unica figura importante perché c’è anche sua figlia Denise, la cui testimonianza è stata fondamentale nel processo contro la propria famiglia. E’ uno spettacolo difficile da mettere in scena; non si rischia di imbattersi nella facile retorica?

Questo è il tipo di teatro che amo proprio di più. Il teatro, soprattutto in questi tempi, ha, sì, anche la funzione di divertire, di gratificare l’animo degli spettatori, ma nel teatro c’è anche una grande possibilità: raccontare storie attraverso le emozioni. E questo non può farlo il cinema, perché il cinema ti fa vedere le cose, il teatro invece te le evoca. Nel cinema l’uccisione di Lea Garofalo, che è stata terribile, devastante, in qualche modo riesci anche a rappresentarla, la puoi persino far vedere. Nel teatro la puoi soltanto evocare. Perché la poesia ha la forza di evocare il sentimento e l’empatia.

 

Ricordiamo brevemente la storia di Lea.

Lea Garofalo viveva in un piccolo paesino in provincia di Crotone ed il marito, un piccolo boss della ndrangheta, era in carcere. Lei si rifiutò di portare la figlia di cinque anni in carcere a trovare il padre, Lea non voleva che Denise vedesse suo padre dietro le sbarre, chiuso in cattività come un animale. Questa cosa venne vissuta come un affronto imperdonabile ed intollerabile sia dal marito che dalla cosca di appartenenza: se fosse passata come normale la scelta di Lea, se non fosse stato punito questo suo comportamento, altre donne avrebbero potuto seguire il suo esempio e, in questo modo, si sarebbe violata la rigida legge del rispetto. Venne quindi condannata a morte. La morte di Lea fu affidata ad un finto tecnico della lavatrice che avrebbe dovuto ucciderla in casa. Un primo tentativo, però, andò a vuoto perché la figlia di Lea, quel giorno era a casa e la sua presenza la salvò. Da quel momento partì una vita di protezione e di privazioni: quindici anni cambiando continuamente città, prima che ogni luogo potesse diventare casa, prima che un’amicizia potesse diventare affetto. Cambiando nome, identità, casa, lavoro. Dopo tanti anni incontrò nuovamente il marito, una sera a cena insieme anche a Denise. E lui sembrava cambiato, sembrava sorridente, pronto all’abbraccio. Così una sera Lea decise di uscirci da sola sebbene la figlia Denise la esortasse a non fidarsi. Lea voleva solo cambiare vita, partire per l’Australia, ricominciare una nuova vita là, senza essere costretta a dormire sempre con un coltello sotto al cuscino. Da quella cena non tornò mai più. Dopo qualche tempo, quel finto tecnico della lavatrice si lamentò, con un compagno di cella, di non essere stato pagato per quel tentativo di omicidio finito male. Quel compagno di cella era però un collaboratore di giustizia. E da lì partì una serie di indagini che portarono all’ergastolo del compagno di Lea.

 

Si mescolano due livelli di terrore: quello della cupola più alta, della cosca e quello che proviene dall’interno, dalla famiglia.

Si, tra gli assassini di Lea, infatti, non era presente solo il padre di Denise, ma anche quello che è stato poi il compagno di Denise per ben due anni. Giovanni Falcone diceva che “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.” Lea è stata sicuramente una donna coraggiosa.

 

Il testo di “Ogni volta che guardi il mare” è di Mirella Taranto.

Mirella Taranto ha avuto il grande talento e la forza straordinaria di riuscire a raccontare questa storia tragica attraverso gli occhi di Denise, attraverso il suo dolore. Anche Mirella è calabrese ed è una storia che sente tantissimo: il profumo di origano e di passata di pomodoro che si racconta nel testo è “casa” anche per lei. E’ un racconto poetico, emotivo, emozionante. Io ho dovuto solo adattarlo al palcoscenico.

 

Noi Italiani siamo un popolo strano; molto spesso davanti a storie come quella di Lea ci definiamo indignati, ci commuoviamo, poi dopo qualche giorno è come se svanisse tutto, come se quella storia, quella morte, quella violenza assumessero caratteri di normalità. Credi che il teatro possa svolgere una funzione importante per le coscienze?

Io credo di sì, perché a teatro si accetta un patto. Lo spettatore è pronto ad ascoltarti, cosa che nella vita non accade spesso. Se riesci a parlargli davvero, avrai diritto all’anima..

 

Puoi dirci la frase dello spettacolo che per te è più significativa?

“Non desiderare mai che una spugna cancelli il passato. Il dolore lo devi attraversare”.

 

Lea nella sua vita ha incontrato tante maschere, le ha dovute scovare e combattere. In questi giorni si festeggia il Carnevale, quali maschere hai indossato nella tua vita per Carnevale o quali maschere hai dovuto indossare per affrontare qualche situazione particolare?

Credo che la maschera che ho indossato più spesso nella mia vita sia stato il sorriso. Questa cosa me l’ha insegnata un vecchio regista teatrale, si chiama Maurizio Scaparro. Lui sorrideva sempre, a chiunque. Un giorno gli domandai come ci riuscisse. Mi rispose che inizialmente sorrideva indossando una maschera, si imponeva il sorriso perché riteneva fosse un buon approccio, ma che poi l’essere sempre sorridente con chiunque diventò una sua vera e propria caratteristica. Ed è proprio così. Ho scoperto anche io che sorridendo si vive meglio. Provate anche voi a mettervi la maschera del sorriso, piano piano questa maschera diventerà pelle.

Alessia Pellegrino e Giacomo Capellini

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>