Quanto vale una vita

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A vederle tutte insieme, ammassate a decine in una cisterna buia o su una barca senza timone, si finisce col dimenticarsi che anche quelle sono vite e col confondere il significato di esistenza stessa.
Della tragedia del momento, dell’incubo che l’Europa che non sa come gestire e che i Governi si rimbalzano a vicenda, Hakan Günday racconta un altro punto di vista: non quello del migrante né quello dello scafista o del soccorritore, tutti attori inevitabili della triste danza itinerante che attraversa indifferentemente i deserti e i mari agitati. Quella che viene raccontata in “Ancòra” è la vita di un bambino che in una storia di viaggi senza senso e senza fine rimane immobile per anni nella sua Turchia, nella cittadina che ha solo tre ristoranti, nella sua casa di via della Polvere.
Da quando ha nove anni, Gazâ fa da guardiano ai profughi disperati che il padre tiene chiusi in una cisterna sotterranea, in transito da un posto qualunque e in attesa di essere trasportati verso la Grecia. La vita del bambino e quella degli uomini e delle donne segregate sottoterra sono due facce della stessa medaglia e dello stesso giardino, Gazâ ha il compito di occuparsi di loro quel minimo indispensabile che serve a tenerli in vita per non perdere il compenso per il passaggio successivo. La convivenza forzata, divisa dal sottile strato di terreno, fa scoprire troppo presto al ragazzo come vivono gli uomini in cattività, spiandoli impara come una piccola democrazia può trasformarsi in dittatura, a quali violenze insensate sono disposti gli uomini, quanto poco valgono le donne.
Quello che sembra inizialmente un romanzo-denuncia dell’allarmante situazione contemporanea diventa una sorta di devastante romanzo di formazione di un ragazzo che non è mai riuscito ad essere bambino, che non riesce a ricordare se qualcuno lo abbia mai abbracciato, che si innamora della ragazza più bella del mondo e cerca di conquistarla con un panino. Un ragazzo completamente strappato dal resto del mondo che riesce a crescere accentuando sempre di più la propria solitudine e che ha come unica amica un origami a forma di rana, regalo di un afgano morto nel suo giardino e simbolo buddista della reincarnazione, la sola cosa in cui sperare.
“Ancòra” è il secondo romanzo – dopo “A con Zeta” – di Hakan Günday uscito in Italia per Marcos y Marcos il 28 gennaio, già vincitore in Francia del premio per la narrativa straniera Médicis Étranger, assegnato in passato a Yehoshua, Grossman, Roth, Pamuk, Citati e Tabucchi.
Nella prima presentazione romana del libro alla Libreria Libri&Bar Pallotta, Günday spiega che per entrambi i romanzi ha scelto come protagonisti i bambini perché sono quelli che non hanno avuto ancora tempo per abituarsi alla vita e sono in grado di fare tante domande che iniziano con “perché” e in quanto chiusi in quelle che lui chiama “cellule sociologiche” (la famiglia, la tradizione) dalle quali è curioso di scoprire come ne usciranno, se attraverso un tunnel o forzandone l’uscita e, soprattutto, dove andranno a finire dopo, se in altre cellule in un circolo infinito o saranno finalmente liberi.
A chi gli chiede se si sente più turco o più europeo, Günday risponde che non è una questione di terra ma di lingua e che il suo libro preferito è il dizionario turco, ogni parola in attesa di una storia in cui essere raccontata… lui è arrivato alla lettera “A”.

“Ancòra” di Hakan Günday, ed. Marcos y Marcos, 491 pagine.

Articolo: Francesca Ceci
Foto: Christian B. Bouah

 

 

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