Rinviata l’abolizione per il reato di clandestinità

rinviata l'abolizione per il reato di clandestinità

Roma – L’abolizione per il reato di clandestinità è stata rinviata ed il governo fa un passo indietro verso il ripensamento: «Non è il momento – ha dichiarato il Ministro per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi, al Corriere della Sera. Occorre preparare prima l’opinione pubblica, non perché abbiamo paura in termini di consensi, ma perché c’è un problema di percezione della sicurezza».

Anche il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha spiegato dalle pagine di Repubblica che «l’’introduzione del reato di immigrazione clandestina fu un tentativo di dissuasione, ma non funzionò però non è questo il momento opportuno per andare a modificare quel reato. La gente non capirebbe». Posizione confermata poi dal presidente del Consiglio Matteo Renzi in un’intervista al Tg1.

L’8 gennaio scorso, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione aveva messo in guardia dalle strumentalizzazioni politiche dichiarando come l’opposizione fosse «falsa e ipocrita» secondo Guido Savio, membro del Consiglio direttivo dell’Asgi. «Entro la metà del mese il reato potrebbe essere cancellato dall’ordinamento italiano, ma occorre ricordare che si tratta di un provvedimento che nasce da lontano, da una legge delega del Parlamento approvata più di un anno fa che ha delegato al governo la necessità di abrogare e depenalizzare tutta una serie di reati, tra cui anche questo».

«Se in questo momento fai credere alla gente che viene meno un baluardo fondamentale all’opposizione all’immigrazione illegale perdi consenso politico – aggiunge Savio –  ma questa è una mera speculazione politica. Se si dicessero chiaramente come stanno le cose questa opposizione del tutto pretestuosa, falsa, ipocrita e fondata sull’ignoranza non avrebbe presa».

In diverse occasioni, lo stesso Ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, ha sottolineato come sia importante spiegare alle persone «che mantenere questo reato significa fare un processo a distanza di mesi (se non anni) da quando il migrante viene intercettato e che prevede come esito una condanna da 5 a 10 mila euro di ammenda nei confronti di una persona che non sai neanche dove sia e che comunque non ha un patrimonio aggredibile. Un irregolare, infatti, non può avere un conto in banca, non può avere un lavoro regolare e non puoi pignorargli lo stipendio. Non può avere beni mobili o immobili registrati. Non può avere una casa. Se non hai un permesso di soggiorno tutte queste cose non le puoi fare».

Rivolgendosi a Roberto Maroni, Presidente della regione Lombardia, che aveva scosso gli animi dichiarandosi in totale opposizione, Savio aveva ricordato come «l’espulsione continuerà ad esserci anche dopo l’abrogazione di questo reato. E non si può togliere perché c’è tutta una normativa europea, la direttiva rimpatri. Questo reato, poi, non ha nessun effetto deterrente per una persona che mette a rischio la propria vita attraversando il mare su una carretta o nel doppio fondo di un tir, non si fa certo spaventare dal rischio di essere condannato a pagare una multa che tanto non pagherà mai».

Nonostante tutto, la misura doveva essere cancellata nel Consiglio dei Ministri di metà gennaio, ma la manovra è stata bloccata destando delusione nelle associazioni che si occupano della tutela dei diritti umani, fra cui Amnesty International «Nell’aprile 2014, il parlamento aveva dato 18 mesi di tempo al governo per depenalizzare il reato d’ingresso irregolare: un reato che non ha prodotto alcun vantaggio tra quelli ipotizzati nel 2009 da chi lo introdusse e che ha invece compromesso l’accesso ai diritti e alla giustizia e favorito in particolare lo sfruttamento del lavoro migrante; una norma aberrante dal punto di vista dei diritti umani in quanto punizione non di un comportamento ma di una condizione. Il procuratore nazionale antimafia aveva chiesto che venisse annullato, il ministro della Giustizia si era mosso di conseguenza. Ma, passati ampiamente i 18 mesi, secondo quanto riportano gli organi d’informazione, il governo ha fatto marcia indietro, adducendo motivazioni di tipo ‘psicologico’ e comunicativo e facendo prevalere un calcolo politico e demagogico, stavolta persino rispetto al dato di fatto, ammesso dallo stesso governo, del carattere inutile e controproducente della norma» ha dichiarato Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty International.

Infine, ha preso parola anche Patrizio Gonnella, Presidente dell’associazione Antigone, «la legge sulla depenalizzazione prevede che il governo deve depenalizzare il reato introdotto nel 2009 da Maroni e Alfano. Lo deve fare. Non vi è discrezionalità sul ‘se’ depenalizzare ma sul ‘come’ farlo. Il Governo commetterebbe un’omissione legislativa di rilevanza incostituzionale qualora non proceda in tal senso».

Alla fine di tutto, sempre più persone continuano a perdere la vita e nessuna di loro ha tempo di “aspettare”.

Caterina Caparello

 

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